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Domande e risposte su "Elogio del Dissenso"

Per inviare domande: comattino@elogiodeldissenso.it

Da: MC Messaggero Cappuccino di giugno/luglio 2008
intervista a Antonio Thellung a cura di Claudia Fabbri della Fraternità OFS di Faenza

Alla continua ricerca di un presente
IL DISSENSO PERMETTE DI CERCARE SEMPRE IL MEGLIO DI

"Elogio al dissenso" è l’ultimo libro di Antonio Thellung e già il titolo fa discutere. Si tratta di una esplorazione intorno al dissenso nelle sue varie accezioni di divergenza, disapprovazione, pluralismo nella Chiesa cattolica romana. Parte dalla storia dei primi tempi del cristianesimo per restringere l’analisi al periodo conciliare e post-conciliare, fino a focalizzare l’attenzione sulle conflittualità presenti oggi. Le diversità e i dissensi, dunque, sono sempre esistiti e non si possono eliminare. Il compito di rinnovare la Chiesa èpiù che mai aperto. Come fare? Il pensiero dell’autore è questo: “Personalmente sono convinto che un affettuoso dissenso, espresso, accolto, discusso, confrontato con benevola attenzione, sia l’unica realtà capace di aprirsi al soffio rinnovatore dello Spirito“.
Direttamente dalla copertina del libro, ecco il suo biglietto da visita: ‘Antonio Thellung, felicemente sposato, padre, nonno e bisnonno, è stato educato al dissenso da figli e nlpoti. Fondatore di comunità, pilota d’auto, ricercatore, pittore, scrittore, per molti anni si è dedicato all’assistenza dei malati terminali. Raggiunta ormai l’età che comprime il futuro, sta tentando di non sprecare il presente”.

Cosa intende per dissenso?
Abitualmente si tende a dare alla parola dissenso una connotazione negativa, mentre in realtà è assolutamente neutra, perché esprime semplicemente un’opinione diversa da quella di riferimento.

C'è posto per il dissenso nella Chiesa cattolica?
C’è sempre stato posto per il dissenso, nella Chiesa cattolica, e moltissimi sono gli esempi storici. Purtroppo è stato quasi sempre trattato in forma repressiva, in contraddizione con lo spirito evangelico.

Perché farne l'elogio?
Potremmo dire che siamo stati educati a considerare l’ostacolo come un nemico, senza considerare che, al contrario, l’ostacolo è il miglior amico, perché costringe a dare il meglio di sé per superarlo. Il dissenso crea un ostacolo, perciò è visto come un nemico, perché costringe a riflettere, a prendere coscienza, a impedire di lasciar mummificare le proprie opinioni. Personalmente lo considero il miglior amico, e per questo credo valga la pena di farne l’elogio.

Ma nella Chiesa cattolica, una volta espresso il proprio dissenso, non rimane l'obbligo dell'obbedienza?
Vorrei ricordare che la parola obbedienza significa letteralmente ascolto, e quindi un cattolico è tenuto a un ascolto attento, profondo e consapevole di quello che esprime il Magistero. Ma ciò non significa adesione acritica. Quando, una volta ascoltato con umiltà e attenzione, permangono delle divergenze sostanziali, ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza, pur sapendo di poter sbagliare. Anche papa Giovanni Paolo II lo ha ribadito più volte con assoluta chiarezza.

Ma un cattolico, dissenziendo, non entra in conflitto con la coscienza?
Certo che si avvertono dei conflitti nella propria coscienza, personalmente ho avvertito spesso dei dubbi, perché so di non poter essere mai certo di non sbagliare. Ma la stessa cosa può accadere anche seguendo acriticamente il Magistero. Ad esempio, in casi clamorosi tipo quelli di Galileo o Giordano Bruno, seguire il Magistero sarebbe equivalso a tradire Cristo, come le massime autorità odierne hanno riconosciuto Mi sforzo di capire, per quanto posso, e seguendo soffertamente la mia coscienza, anche quando mi porta a dissentire, credo di offrire il massimo rispetto a Dio Padre che me l’ha data.

Dubitare su punti fondamentali non significa dubitare che Cristo sia effettivamente presente nella Chiesa?
Su questo punto credo vi siano grandi equivoci. Ad esempio, tutti i cristiani pensano che la Bibbia sia ispirata da Dio, ma in che senso? Da sempre vi sono divergenze d’opinioni anche ai vertici. Intendere l’ispirazione in un modo anziché in un altro, non significa negarla. Anche l’assistenza dello Spirito Santo alla Chiesa viene intesa in diverse maniere. Personalmente mi sento vicino all’opinione di Küng, e cioè che l’assistenza dello Spirito Santo non esclude singoli errori, ma garantisce l’indefettibiità del cammino verso Cristo, malgrado eventuali errori di percorso. Che non sia possibile credere in Gesù Cristo senza appartenere alla Chiesa, è una delle mie convinzioni più profonde, che ho cercato di esprimere compiutamente in un mio precedente libro: “Con la Chiesa e oltre la Chiesa”.

Il ruolo principale del Magistero è quello di mostrare il volto del Padre. Quale volto di Dio mostra questa Chiesa?
Mostra una pluralità di volti, sovente molto positivi, soprattutto nelle opere di molti suoi membri benemeriti, ma quando basa il suo insegnamento su posizioni dogmatiche oscura proprio il volto del Padre misericordioso.

Quanto deve essere vincolante la voce del Magistero?
Credo essenziale che il Magistero esprima il sensus fidei che traspare dal Popolo di Dio, ma dovrebbe farlo mettendo in luce il positivo, rinunciando a formulazioni rigide che sottintendono: o credi questo o sei fuori. Il concetto di scomunica credo sia quanto di più anticristiano la Chiesa abbia espresso. Però qualsiasi cristiano cattolico praticante non può ignorare quello che dice l’autorità, ed è tenuto a confrontarvisi a fondo: questo è vincolante. Quanto poi alla decisione finale, è vincolante la propria coscienza.

Il difficile rinnovamento della Chiesa non dipende anche dall'indifferenza di molti cattolici? Chiesa non è solo Magistero.
Certo che non è solo Magistero. Il Magistero è formato, diciamo così, da professionisti che si dedicano a tempo pieno all’amministrazione ecclesiastica, mentre la gente è abitualmente distratta dalle incombenze quotidiane. Ma il Concilio Vaticano II ha detto chiaramente che la Chiesa non può sbagliare quando dal vertice fino all’ultimo fedele c’è unanime consenso sui valori di fede.

E qual è il risultato di queste posizioni rigide?
Il risultato peggiore è la crescita del disinteresse, soprattutto nei giovani che si allontanano sempre più. E salvo che non sia per opere di carità, che attirano anche molti non credenti, coloro che frequentano ancora le chiese sono tendenzialmente integralisti, frequentemente con interessi politici, in senso lato.

L'esempio di San Francesco, che ha vissuto il vangelo nella santa Chiesa cattolica romana, si può conciliare con quello che stiamo dicendo?
Io credo che san Francesco abbia introdotto una forma di dissenso molto forte nella Chiesa dei suoi tempi. In quell’epoca era veramente difficile contrastare le autorità, come hanno fatto altri che in seguito sono stati perseguitati e sanzionati.

San Francesco si è messo al riparo da eventuali accuse di eresia…
Io non credo che egli fosse un prudente che ha voluto coprirsi le spalle per non correre rischi. Credo invece che Francesco, che amo moltissimo, abbia percepito la sua strada con grande determinazione a percorrerla. Ha tentato di esprimere un certo dissenso verso l’autorità ecclesiastica, si è anche esposto a dei pericoli, ma quando ha capito che su tali versanti rischiava di non poter concretamente mettere in atto il suo proposito, si è concentrato sul suo progetto. E Francesco è tuttora un faro, anche se forse, su alcune cose, ha dovuto chinare la testa.

Per concludere con una parola di speranza, una Chiesa-altra è possibile?
Certo che è possibile, e dobbiamo combattere per una Chiesa migliore, ma dobbiamo anche renderci conto che non si tratta di raggiungere un traguardo dopo il quale potersi assestare. Rendere la Chiesa migliore non significa portarla a un certo livello, che per nostri limiti sarà comunque insoddisfacente, ma è combattere per andare oltre, valorizzando quel che unisce e continuando coraggiosamente a dissentire di fronte a quel che divide.



Durante un incontro con una comunità parrocchiale di Livorno, parecchi hanno mostrato perplessità sul valore positivo del dissenso, ponendomi non pochi interrogativi. Dopo aver riflettuto, ho inviato loro questa lettera.

23 luglio 2007 Cari amici di Livorno,
vi ringrazio di cuore per avermi accolto nella vostra vivacissima comunità parrocchiale. La discussione è stata molto ricca e sentita, a tratti un po' concitata, e per la mancanza di tempo temo il rischio di non aver saputo esprimere chiaramente il mio pensiero. Ho pensato perciò di scrivervi questa lettera nella speranza di riuscirci meglio.
Il primo interrogativo riguarda la parola dissenso. Non vorrei che qualcuno la interpretasse come sinonimo di polemica, nel qual caso sarebbe lontanissima dal mio pensiero. La polemica, di solito, è venata di malizia, mentre il dissenso è assolutamente neutro. Quando si sente emergere un dissenso nella propria coscienza non ci si può impedire di averlo. Si potrà scegliere di tenerselo per sé, oppure di esprimerlo nelle più svariate forme, più o meno correttamente. Ma il dissenso quando c'è c'è, e costringe chi lo prova a fare i conti con la propria coscienza. È del dissenso in se stesso che ho inteso fare l'elogio, convinto che se fosse accolto come amico e non come nemico, e quindi esaminato serenamente senza pregiudizi, la formazione di coscienza sarebbe (finalmente) assai più valorizzata, per il bene della Chiesa intera.
Per comprendere meglio credo importante interrogarsi sul senso di appartenenza alla Chiesa, che significa assumere volontariamente su di sé e condividere nella propria coscienza tutto quello che esprime, sia il positivo che il negativo. Al di là delle responsabilità dirette dei governanti, c'è infatti anche una responsabilità indiretta di ciascuno per il solo fatto di scegliere consapevolmente di farne parte. È entusiasmante, per chi lo capisce, sentirsi coinvolto negli splendori della Chiesa dei santi e dei profeti, con tutta la ricchezza che esprime. Da parte mia sento che nella misura in cui contribuisco a farne risplendere il volto, con le mie parole e i miei comportamenti, partecipo personalmente, in maniera più o meno intensa, ai suoi grandi meriti. La stessa cosa però vale anche per la Chiesa delle meschinità, delle vergogne e dei delitti. E se io, nel mio piccolo, prendo parte in solido alle responsabilità di tutta la Chiesa, allora so che "sarò giudicato" anche sulle mie corresponsabilità nei tradimenti di Cristo.
Per dirla in termini antropomorfi, immagino che qualcuno un giorno mi domanderà: tu come hai reagito di fronte a certi delitti compiuti nel mio nome? Hai contribuito a negarli, a mascherarli, a giustificarli, facendotene complice in prima persona? O ti sei per lo meno impegnato, nel tuo piccolo, a contribuire al riscatto, cominciando ad affermare che i delitti sono delitti, anche se commessi dalla Chiesa? Prima di liquidare tali interrogativi consiglierei a chiunque di raccogliersi in silenziosa preghiera per rispondere prima di tutto a se stesso.
Non siamo autorizzati a esprimere giudizi sulle autorità di un tempo, che tra l'altro, probabilmente, avevano delle attenuanti dati certi usi e abusi delle varie epoche storiche. Ma al giorno d'oggi dev'essere chiaro che in quei momenti Cristo era lontano, e di conseguenza che l'equazione: Chiesa uguale Cristo non è sempre calzante e garantita. So che spaventa ammetterlo, ma mi pare l'unico modo possibile per non accusare Cristo di essere un assassino. La coscienza cristiana odierna c'impone di dire che certe cose non si devono fare, senza se e senza ma. Soprattutto se aspiriamo a lavorare per la pace.
Per uscire dal teorico termino con un esempio tra i molti che interpellano dolorosamente la mia coscienza. Prendetela come una confessione intima che vi faccio perché sono convinto che mi saprete capire, anche se permarranno dei disaccordi. Vent'anni fa, durante la visita in Cile, Papa Giovanni Paolo II si è affacciato al balcone con Pinochet al suo fianco. Sapete quali conseguenze ha avuto quel gesto? Subito è circolato lo slogan, tra i seguaci del dittatore, che anche il Papa è dalla parte del generale, e quindi lo approva. Il che è stato come dire a chi conservava ancora qualche scrupolo di coscienza: non fatevi scrupoli, seviziate pure, torturate, uccidete, vedete che perfino il Papa sta dalla nostra parte. Viceversa le vittime, che forse avevano sperato in qualche beneficio dalla visita papale nel loro paese, sono piombate in una ancor più nera disperazione. La mia fede mi dice che quel giorno Cristo stava nelle prigioni e negli stadi trasformati in lager.
Da parte mia riconosco e apprezzo moltissimi gesti buoni e coraggiosi di Giovanni Paolo II, e sono disposto a credere che in quell'occasione fosse animato dalle migliori intenzioni e dalla più completa buona fede, ma i gesti pubblici di un Papa impegnano la coscienza di tutti i fedeli, e chi si sente profondamente turbato ha il dovere morale di dissentire. Nel caso in questione la mia povera coscienza mi dice che approvare, consentire, essere acquiescenti, e forse anche soltanto tacere, equivale a farsi complici di un sanguinario assassino. Non potendo far altro, nel mio piccolo mi sono sforzato di esprimere il mio dissenso in tutte le forme che mi sono possibili, e intendo continuare nella speranza che prima o poi ci sia almeno qualche mea culpa ufficiale. Perciò con timore e tremore, mentre chiedo umilmente allo Spirito Santo d'illuminarmi, ho l'ardire di rivolgermi al Papa e a qualsiasi altra autorità ecclesiastica dicendo: chiedetemi qualunque cosa, chiedetemi di offrire la mia vita per Cristo e per la Chiesa, ma non chiedetemi di farmi complice di crimini e delitti, perché la mia coscienza non me lo consente.
Quest'esempio clamoroso può valere come punto di riferimento per molti altri casi, meno gravi ma con pari significato di principio. A ciascuno l'onere di elaborarli e maturarli nella propria coscienza.
Ringrazio tutti, e in modo speciale chi ha dissentito e probabilmente continuerà a dissentire dalle mie tesi, contribuendo in tal modo ad affermare l'importanza e il valore del dissenso.
In attesa d'incontrarci di nuovo, se lo Spirito vorrà, un alleluja da vostro fratello Antonio.

dalla trasmissione radiotremondo del 12/06/2007 
http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=218619 - - - Ascolta l'intera trasmissione

Tra trionfalismo e linciaggio la Chiesa che ragiona: Maurizio Ciampa ne parla con Don Salvatore Resca, vice parroco della parrocchia di San Pietro e Paolo di Catania, Antonio Thellung, fondatore di comunita' e autore del libro "Elogio del dissenso", Pippo Corigliano, portavoce dell'Opus Dei, Emma Fattorini, docente di Storia Contemporanea all'Universita' La Sapienza di Roma e autrice del libro "Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa" (Einaudi), Don Giuseppe Rizzardi, teologo, docente alla facolta' teologica di Milano e all'Universita' cattolica di Brescia. 

Sintesi della trasmissione:
Introduzione e risposte di Antonio Thellung.

Una buona giornata ai nostri ascoltatori da Maurizio Ciampa al Microfono di Radiotremondo. Questa mattina porteremo attenzione a una parola, e questa parola è: dissenso. Spesso ci sono storie intessute in una parola, e senz'altro nel caso di questa parola: dissenso, dissentire, divergere da una verità data, una verità acquisita, una dottrina definita, che in questo caso è quella cattolica, quella della Chiesa romana. Dunque: dissenso nella Chiesa Cattolica Romana. Il dissenso di ieri, il dissenso nella storia, ma il dissenso che è possibile o non è possibile esercitare ancora oggi. C'è un libro appena uscito, un libro che fa discutere, perché tesse un Elogio del dissenso: questo è il titolo. L'autore è Antonio Thellung che tra qualche momento ci raggiungerà e con lui parleremo appunto del senso di questo Elogio del dissenso. Leggo dalla copertina del libro, che è la cosa più facile da fare, dove si dice: "Tutti i tentativi di stabilire autoritariamente che cosa sia giusto o sbagliato hanno portato a tradire Cristo. Oggi un Magistero che abolisca gli anatemi per favorire confronti a viso aperto, sarebbe assai più credibile".
I nostri ascoltatori credo che abbiano capito qual è l'area tematica e problematica nella quale stamattina ci muoveremo: elogio del dissenso, oppure riconoscimento di quello che dice l'autorità, come unità compatta, rigida a difesa della verità stabilita. Ecco, questi sono i termini che attraverseremo stamattina.
(…….)
Maurizio Ciampa: Vorrei leggere a don Salvatore Resca le ultime righe del libro: "A me piace sognare una comunità ecclesiale fatta di coscienze capaci di confrontarsi senza timori e reticenze. Forse sarà utopia, eppure continuo a crederla una cosa possibile, convinto che se un sufficiente numero di persone avesse il coraggio di uscire allo scoperto per esprimere francamente e affettuosamente quello che pensa, la Chiesa si rinnoverebbe". Le domando: Questo sogno, questa utopia a cui fa riferimento Thellung, perché è così utopia, così sogno?

Don Salvatore: Secondo me la colpa, diciamo così, non è tanto dell'autorità, ma dei cattolici che non hanno l'abitudine di usare il loro cervello. Sono abituati a pensare che la Chiesa è affare dei preti, quello che fa la Chiesa, quello che bisogna pensare e fare, lo decidono i preti. Pensano di dover ubbidire, un'obbedienza sovente passiva.
(……..)
MC: Che cosa ne pensa Antonio Thellung, che è paladino del dissenso, c'è nei cattolici questa disabitudine al pensare, prima ancora delle imposizioni dall'alto?

AT: Sì, c'è questa abitudine, o meglio, direi che c'è l'abitudine a delegare la propria coscienza. C'è difficoltà a farla crescere e molti preferiscono delegarla perché è più comodo, ed è anche uno scarico di responsabilità: seguo chi ne sa più di me, se sbaglio non è colpa mia, e in più mi posso anche lamentare. Una bella copertura, insomma. In proposito vorrei dire che oggi si sente parlare spesso di scontro tra cattolici e laici, ma io credo che non ci sia affatto un tale tipo di scontro. Lo scontro è tra chi cerca di lavorare per la formazione e la presa di coscienza e chi vuole dei sudditi da governare, o viceversa preferisce farsi governare per comodità. Nelle mie intenzioni, che spero traspaiano chiaramente dal libro, fare l'elogio del dissenso non significa sponsorizzare scontri e contrapposizioni, ma al contrario vuole essere invito a muoversi verso una maggiore unità. Il dissenso c'è sempre stato nella storia della Chiesa, e tante volte è stato trattato in modo aspro e cruento, causando tante sofferenze. Ora mi domando: non sarebbe possibile gestire dissensi e conflitti in modo diverso, più amichevole e costruttivo?
(……..)
AT: L'episodio di Welby l'ho trattato brevemente nel mio libro, e senza entrare in merito alle scelte che ha fatto l'autorità competente, alla fine credo che ne sia uscita mortificata soprattutto la misericordia di Dio. E quindi con la decisione di negargli la cerimonia religiosa non mi pare sia stato reso un buon servizio all'immagine del Dio Padre in cui crediamo. Ma più che entrare in merito a quello che personalmente ritengo giusto o sbagliato, a me preme sottolineare che il dissenso esiste, e di fronte all'inquietante futuro che ci sta di fronte e ci spaventa tutti, mi domando: chi può affrontarlo in modo positivo se non delle coscienze adulte? Per questo auspico l'evoluzione verso una Chiesa delle coscienze, e vorrei chiedere al Magistero di avere il coraggio di farsi Magistero di coscienze adulte, che sono più difficili da governare, ma sono le uniche che possono portare avanti un messaggio cristiano nel nostro mondo, che al presente pare sempre più diviso su tutto. Il messaggio cristiano, nella sua radice è sempre, e quando non lo è significa che è usato male.
(……..)
AT: Mi pare molto importante spendere qualche parola sulla comunione ecclesiale, perché sovente il dissenso viene messo in contrapposizione con la comunione ecclesiale, cosa che non è affatto vero. Nel mio libro ho messo una frase iniziale come auspicio: "… per una Chiesa plurale capace di farsi comunione dei dissensi". Il dissenso esiste e non lo si può eliminare. Da parte mia auspico che venga tolto questo ostracismo nei suoi confronti, che cessi l'uso di considerarlo un nemico, per imparare a dialogare sugli argomenti e quindi aiutare il dissenso a uscire dalle contrapposizioni, per rinunciare a esprimersi in maniera aspra o arrabbiata. Sia chiaro che questo non significa ipotizzare un dissenso buonista e acquiescente, cosa che toglierebbe valore alla dialettica, ma un dissenso capace di esprimersi senza sconti sui contenuti, e tuttavia espresso con animo, direi, affettuoso, come avviene in tutte le buone famiglie, nelle quali ci sono talvolta conflitti anche aspri e spigolosi, e lo posso testimoniare cominciando dalla mia, però dove la comunione familiare non è mai messa in discussione. In ambienti simili gli inevitabili  conflitti non sono distruttivi, purché resti chiara la voglia e la scelta di continuare a camminare insieme. In proposito, a me piace dire che andare d'accordo non è assenza di conflitti, ma litigare tenendosi per mano. Perché se si continua a camminare insieme tenendosi per mano, allora ci si può dire qualunque cosa, anche in modo aspro e irritante, ma prima o poi si riesce sempre a trovare una sintesi comune.
(……..)
AT: Sovente usiamo la parola Chiesa in modo improprio, sia per indicare l'intero popolo di Dio, sia il solo Magistero, e questa ambiguità è fonte di tanti equivoci.
(……..)
AT: Vorrei concludere con un appello al Magistero, che non è un atto di presunzione o di superbia, perché è il mio Magistero, un Magistero che amo anche quando dissento, perché sento fortissimo l'appartenenza alla Chiesa e la vivo come esperienza quotidiana. L'appello cioè ad avere il coraggio di muoversi per diventare Magistero di coscienze adulte, in modo da essere più credibile e ascoltato. Faccio un esempio: quando l'autorità ipotizza "note vincolanti" implicitamente riconosce di sentirsi poco ascoltata. Perché se si sentisse ascoltata non avrebbe alcun bisogno di parlare di note vincolanti, e si limiterebbe a dire di aver fiducia nelle coscienze. L'appello che faccio, in sintesi, è di aver più fiducia nello Spirito Santo, che sa illuminare tutti dall'alto e dal basso. Se crescesse questa fiducia si potrebbe sperare di ritrovare un dialogo costruttivo, perché il dialogo è fatto di consenso e dissenso che si confrontano per arricchire tutti, e quindi la Chiesa intera.

MC: Non possiamo che concludere con la fiducia nello Spirito Santo. Grazie a tutti.

*****

Videointervista rilasciata da Antonio Thellung ad arcoiris.tv il 21 maggio 2007:
http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=7446&ext=_big.wmv

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Marco T. mi scrive:

Caro Antonio, seppure apprezzi l’elogio del dissenso, non credi che in questa società della disgregazione, dell’isolamento, dell’autosufficienza,  sia giunto il momento di scrivere l’elogio di una gioiosa e feconda comunione?

Risposta:

Caro Marco, come avrai visto, il mio libro si apre con una frase/auspicio: ….per una Chiesa plurale, capace di farsi comunione dei dissensi. In realtà, nelle mie intenzioni, l'elogio del dissenso significa proprio favorire una maggior comunione ecclesiale, perché il dissenso esiste comunque, e se viene riprovato e trattato come un nemico rischia di mascherarsi e promuovere subdole ipocrisie. Il dissenso, a ben guardare, è invece un amico, che costringe a rimettersi in discussione per non scadere in certi pericolosi stereotipi. Per questo mi piace dire che è la sentinella delle coscienze. Si tratta di un amico faticoso da trattare, è vero, ma credo che nessuna reale comunione sia possibile se lo si lascia decantare e prosperare nell'ombra. Credo che un'autentica e profonda comunione sarà possibile solo attraverso una paziente e approfondita educazione al dissenso che coinvolga tutti, a ogni livello, in modo che possa sempre essere espresso con affetto e costruttività, e accolto con l'attenzione e la benevolenza che merita.
Questo vale come riflessione di carattere generale, che mi propongo di approfondire nel mio prossimo libro. Grazie per lo stimolo.

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Intervista rilasciata all'agenzia di stampa ADISTA
del 21 maggio 2007, n. 37

RICONCILIARSI CON IL DISSENSO, PER DIVENTARE CRISTIANI "ADULTI".
L'ULTIMO LIBRO DI ANTONIO THELLUNG

ROMA-ADISTA. “Elogio del dissenso”: così si intitola il nuovo libro di Antonio Thellung (Edizioni La Meridiana, pp. 203, euro 13). “Il dissenso esiste da sempre nella Chiesa – scrive Thellung nelle prime pagine del suo libro. “I tentativi di stabilire autoritariamente che cosa sia giusto o sbagliato non hanno mai ottenuto risultati positivi, anzi, hanno portato a tradire Cristo più volte come riconosciuto da Giovanni Paolo II nei suoi emblematici mea culpa. Se a suo tempo il dissenso fosse stato accolto con più attenzione e maggiore benevolenza , di quei mea culpa il papa avrebbe potuto risparmiarsene almeno alcuni”. Di seguito un’intervista ad Antonio Thellung.

D: Richiamo a Erasmo da Rotterdam è d'obbligo. Ci sono delle affinità?

R: Bisognerebbe chiederlo a lui, ma forse ci sono delle analogie. Dopo tutto l'Elogio della follia di Erasmo esprime un radicale dissenso dai luoghi comuni, solo che in quell'epoca la prudenza era d'obbligo. Oggi c'è meno bisogno di metafore e si possono usare parole più dirette.

D: Dunque l’“Elogio del dissenso” è una provocazione?

R: Tutt'altro, esprime piuttosto una necessità vitale. Se il futuro appare preoccupante, è ovvio che solo delle coscienze adulte e responsabili sapranno affrontarlo in modo positivo. Ma come possono formarsi e consolidarsi, se non attraverso il dialogo? E di che cosa è fatto il dialogo, se non di confronto (e talora scontro) tra consenso e dissenso? Se l'autorità smettesse di trattare il dissenso come un nemico, la Chiesa sarebbe l'ambiente ideale per la formazione di coscienze adulte e mature. Mentre se continuerà a non accoglierlo, o peggio a combatterlo e riprovarlo, allora i giovani se ne andranno sempre più altrove, come stanno già facendo da tempo. Personalmente sono convinto che tutte le deviazioni del cristianesimo abbiano avuto origine dal rifiuto del dissenso.

D: Oggi la Chiesa viene abbondantemente strumentalizzata a fini politici. Quale ruolo avrà domani?

R: Credo che la Chiesa potrà avere ancora un grande ruolo nel futuro, ma ci vorrebbe un cambio di mentalità. Basta con la sudditanza che ha creato tanti danni, la speranza per il domani è legata all'apertura di un autentico dialogo, che da un lato sappia proporsi con la benevolenza e l'affetto caratteristici dei rapporti familiari e fraterni, e dall'altro sia accolto e incoraggiato a esprimersi senza reticenze. Il dibattito è sempre positivo, anche quando si fa aspro e conflittuale, a condizione che non scada nelle contrapposizioni e nelle scomuniche, formali o sostanziali che siano. Di fronte alle contestazioni arrabbiate si può dire che un altro dissenso è possibile, ma anche un'altra accoglienza al dissenso. Credo che la Chiesa potrebbe essere l'ambiente ideale dove continuare a camminare insieme anche nei disaccordi. Ma ci vorrebbe un cambio di mentalità capace di riconoscere che proprio il dissenso ha grande valenza positiva, perché è quel che impedisce di fare le cose supinamente, perché in concreto è la sentinella delle coscienze.

D: C’è una grande contraddizione nella Chiesa dei nostri giorni: ricerca di dialogo con le altre “diverse” religioni e confessioni, chiusura totale nei confronti delle “diversità” interecclesiali. Che credibilità ha una Chiesa così?

R: Sì, negli ultimi decenni, l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni e confessioni ha visto aperture innovative (un papa nella sinagoga ebraica o al muro del pianto, o nella chiesa luterana, o nella moschea insieme al gran muftì sono realtà che nessuno poteva immaginare, negli anni preconciliari) ma non pare che al suo interno la mentalità sia cambiata. È ancora troppo presente il concetto di Chiesa monolitica, nella quale non c'è posto per il dissenso, e questo è fonte di tanti equivoci. Di fatto, il monolitismo è il prevalere del più forte contro gli altri, mentre per costituzione la Chiesa non potrà mai essere monolitica, perché è un mezzo, un veicolo, un percorso da compiere quotidianamente, e quindi deve tener conto necessariamente delle infinite vie del Signore. Si può dire che la Chiesa è plurale per sua natura, ma il solo fatto che qualcuno la vorrebbe monolitica alimenta le contrapposizioni. Prendiamo un esempio tipico. Giovanni Paolo II ha indubbiamente compiuto un atto coraggioso rivalutando Galileo, ma subito ha raccomandato di non prendersela con i governanti di allora perché lo avrebbero condannato in buona fede. Come se fosse un'attenuante e non un monito inquietante. Continuando a mortificare il dialogo e respingere il dissenso, secondo l'antica mentalità teorico-dogmatica, è ovvio che per le autorità di oggi restano altissime le probabilità di compiere, in perfetta buona fede, errori analoghi. Lo dico con tutto l'affetto di un piccolissimo fratello minore che ama la sua famiglia.

D: Ma un Magistero che accogliesse il dissenso, non svaluterebbe il suo ruolo?

R: Al contrario. In fondo, il dissenso costruttivo chiede alle autorità ecclesiastiche null'altro che il coraggio di farsi Magistero di coscienze adulte, più difficili da governare ma unica speranza per il futuro. Tanto più che aprirsi al dialogo non impedirebbe affatto al Magistero di affermare con determinazione le sue tesi, lasciando però a tutti la possibilità di conoscere e discutere ogni altra posizione presente nella Chiesa, senza censure. Proprio questo costringerebbe le coscienze a uscire dagli atteggiamenti di sudditanza per imparare a distinguere personalmente quel che vale o non vale. In altre parole, a diventare adulte.

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