copertina La morale coniugale scompaginata<br><i>prefazione di Ettore Masina</i>  
La morale coniugale scompaginata
prefazione di Ettore Masina
  Cittadella ed. pagg. 216, 11,88 - 1999
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Qual è la morale coniugale? Quella delle norme codificate o quella vissuta dagli sposi? La testimonianza espressa in questo libro sembra scompaginare gran parte delle tradizionali certezze. «Spero che lo leggano molti giovani per comprendere da un marito che ama sua moglie quanto può essere bello e forte un legame matrimoniale. Ma naturalmente spero che lo leggano anche molti preti e vescovi con la stessa attenzione» si augura Ettore Masina nella prefazione.

Un libro che riapre il dibattito sulla sessualità coniugale, un complemento ideale per affrontare la preparazione al matrimonio senza reticenze o ipocrisie.

Il libro è ricco di numerosi riferimenti ai principali documenti del magistero odierno e del passato

 
   
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ADISTA n. 90/1999
Sesso, amore e teologia:
un forum intorno alla morale coniugale

È stato ed è tuttora un dramma doloroso quello che ha portato molte, moltissime coppie di cattolici a decidere in silenzio di disobbedire al magistero. Coppie che hanno scelto con sofferenza di non accettare quella morale coniugale fissata dall'alto che impone di non usare metodi contraccettivi e lo fa entrando, "con fredda razionalità e debolissima scienza nel delicato mistero della vita sponsale, delle sue ricchezze e delle sue difficoltà, delle responsabilità reciproche in ordine alla trasmissione della vita, delle esigenze emozionali, psichiche e psicologiche dei due coniugi, dei pesi e dei doni, della tenerezza e della sessualità". Così lo scrittore e giornalista Ettore Masina presenta e contestualizza il travaglio di cui testimonia Antonio Thellung nel libro "La morale coniugale scompaginata" che racconta la sua storia coniugale, attraversata proprio da questo conflitto interiore tra una morale imposta dall'esterno ed una morale vissuta.

A commentare il libro, affrontando anche tematiche limitrofe, nel corso della presentazione avvenuta l'11 novembre, sono intervenuti, oltre a Masina, autore della prefazione, Marco Politi , vaticanista de "La Repubblica", Luigi Accattoli , del "Corriere della Sera", il teologo Giacomo Grasso , la teologa morale Maria Caterina Jacobelli , Clotilde Buraggi , psicanalista, l'onorevole Giancarla Codrignani, il teologo Carlo Molari e Luigi Sandri , giornalista. Era prevista anche la partecipazione del teologo morale Marciano Vidal , che tuttavia non è stato presente, ufficialmente per impegni sopravvenuti. Di seguito riportiamo ampi stralci degli interventi.

Ettore Masina , giornalista e scrittore

Come ho scritto nella prefazione, Thellung cerca un dialogo costruttivo con i pastori della Chiesa e lo cerca in un modo che mi è sembrato di dover definire conviviale, cioè amichevole e disarmato; e svolto nella prospettiva non già della certificazione delle divergenze, dei dissensi, delle colpe, ma nella prospettiva di un sostegno reciproco fra fratelli di diverse vocazioni alla comprensione sempre più profonda delle leggi dell'amore. Che è vocazione comune.

Questo atteggiamento nonviolento è tanto più rimarchevole in quanto Thellung, a partire da un'esperienza personale e di coppia identica a quella di tanti cattolici e cattoliche soprattutto, forse, della nostra generazione, racconta il vero e proprio dramma che portò a quella che viene definita da molti autori come "diaspora ecclesiale silenziosa". Portò, cioè, a una decisione dolorosa, a una disobbedienza nei confronti di una disciplina proposta, con molta forza, dal magistero papale nell'enciclica Humanae Vitae , e corroborata da una vera e propria pratica di tipo inquisitorio all'interno del sacramento penitenziale.

Niente sarebbe più sciocco, o triste, che pensare che quella disobbedienza fu un atto di indifferenza religiosa; chi era tiepido o ignorante dal punto di vista della fede cattolica non accostò neppure i termini della questione, continuò a vivere più o meno rozzamente come aveva sempre fatto. Ma il dramma fu proprio dei fedeli più attenti. In base a un rigoroso esame di coscienza al quale non mancava una profonda attenzione ai documenti della gerarchia, importantissimi anche se, per la natura stessa dell'enciclica, non definitivi o, più tristemente, in base all'insostenibile sofferenza imposta dal rispetto di quei documenti, una larghissima parte di sposi cattolici decise, silenziosamente, di non accogliere insegnamenti espressi con l'autorevolezza di cui si diceva. Peggio ancora, per alcuni, la pretesa ecclesiastica di entrare con fredda razionalità e con debolissima scienza (il sostegno a una cosiddetta "legge di natura" quanto mai discutibile) nel delicato mistero della vita sponsale, delle sue ricchezze e delle sue difficoltà, delle responsabilità reciproche in ordine alla trasmissione della vita, delle esigenze emozionali, psichiche e psicologiche dei due coniugi, dei pesi e dei doni, della tenerezza e della sessualità, tutto questo portò alla lacerazione di non poche coppie cattoliche, nelle quali uno solo dei coniugi si trovò d'accordo nell'accettazione degli insegnamenti autorevoli della gerarchia. E provocò conseguenze anche peggiori: molte coppie che si sentivano ingiustamente considerate peccatrici per le scelte assunte in coscienza presero sul serio questa accusa e se ne sdegnarono, allontanandosi poco alla volta dalla vita ecclesiale senza mai più tornarvi; ed altre ancora, dalla necessità interiore di reiezione di quell'insegnamento proposto con tanta reiterazione, furono portate a sottovalutare o persino non più considerare anche insegnamenti che riguardavano tante altre, e provvidenziali e splendide, parole del magistero ecclesiale.

Prima di concludere questo breve intervento, mi preme aggiungere che il libro di Thellung non è comunque soltanto descrizione del passato ma anche considerazione attenta del presente. Si direbbe che se egli parla con tanta chiarezza e precisione di ciò che avvenne negli anni 60 e seguenti lo fa soprattutto perché crede con Santayana che "chi non ricorda il passato sarà condannato a viverlo di nuovo". Piuttosto che risarcimenti Thellung chiede un futuro diverso per l. amore sponsale cristiano già così duramente aggredito dai tempi che viviamo. Egli guarda con speranza al futuro, purché il futuro abbia fra gli elaboratori della morale coniugale cattolica anche coloro che ne sono i protagonisti e gli attori; e dunque si rivolge alle nuove coppie perché acquistino maggiore consapevolezza del cammino che dovranno percorrere insieme e delle responsabilità che, in quanto perpetuatori dell'amore cosiddetto "profano", assumono anche in seno alla Chiesa.

Marco Politi , giornalista vaticanista e scrittore

Credo che il libro sia utile per vedere non tanto quello che è stato il passato, ma la proiezione futura. Noi sappiamo di fatto, e lo sanno centinaia di migliaia di parroci e vescovi sparsi attorno al mondo, e lo sanno soprattutto milioni di coppie, che su questi punti è in atto uno scisma silenzioso all'interno della Chiesa cattolica. Da un lato ci sono alcune indicazioni ufficialmente ribadite, e dall'altro c'è una prassi di milioni di coppie, una prassi divergente. E anche una prassi di sostanziale accettazione delle novità da parte dei parroci e dei confessori che ritengono, in coscienza, di dare precedenza alle scelte fatte dalle coppie degli sposi. Di fatto questo sarà uno dei punti aperti che certamente entrerà a far parte del pacchetto sul quale rifletteranno i cardinali durante il futuro conclave. Perché sappiamo che la scelta di un Papa non avviene all'ultimo momento, ma attraverso un processo che si mette già in moto nella fase finale di un pontificato, ed è una scelta che non parte dall'individuazione di una o due o tre o quattro candidature possibili, ma dall'individuazione dei problemi essenziali con i quali la Chiesa deve confrontarsi.

Che questo sia uno dei punti aperti non lo dico io, sebbene ne sia convinto, ma è stato detto autorevolmente all'ultimo sinodo dei vescovi europei dal cardinale Martini. Io qui vorrei ricordare poche parole che lui ha detto durante un intervento più ampio, in cui auspicava un nuovo confronto universale tra vescovi (sotto forma di concilio o altro è poco importante). Martini ha posto in ottobre, al sinodo dei vescovi europei, l'esigenza di riflettere su quelli che lui chiama i nodi non ancora sciolti, e fra questi citava la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio ecc. Sessualità e disciplina del matrimonio venivano da lui individuati come punti non sciolti, sui quali era importante aprire una riflessione futura.

La seconda pietra di questa casa costruita dal libro di Thellung è la questione della sessualità. Qui giustamente l'autore pone in luce in maniera estremamente chiara l'importanza della sessualità nel rapporto di coppia, il che potrebbe sembrare banale: tutti lo sappiamo, lo abbiamo detto e scritto, e lo diamo per scontato. Però nel libro di Thellung c'è una sottolineatura molto importante, ed è il fatto che un corpo come la Chiesa (e vale non solo per quella cattolica ma anche per le altre religioni) non è fatta solo di presente, perciò ogni generazione deve rileggere e rimisurarsi con la tradizione, con i suoi elementi vitali, compresi quelli estremamente negativi. Quando, ad esempio, Giovanni Paolo II pone fra i momenti centrali del Giubileo quello che viene chiamato il "mea culpa", che avverrà il mercoledì delle ceneri, o quando convoca in Vaticano un convegno sull'antisemitismo, giustamente non si accontenta di dire: noi oggi, come Chiesa, non siamo più antisemiti, perché il Concilio ha fatto la sua svolta, perché è stato riconosciuto lo Stato d'Israele, perché io Papa sono andato nella Sinagoga e ho chiamato gli ebrei miei fratelli maggiori. Egli sa che è necessario rielaborare, ridigerire, riconfrontarsi con quelli che sono stati errori e talvolta orrori del passato.

Fra questi orrori del passato ce ne sono taluni che riguardano la sessualità, e anche se oggi molti danno un giudizio positivo della sessualità, in questo libro sono citate pagine su pagine di quella che è stata una concezione che definire repressiva è dire poco, perché è addirittura devastante dell'idea di sessualità, pur all'interno della coppia, di un matrimonio che abbia come fine anche la procreazione. Vorrei soltanto leggere alcuni passi che l'autore ha tratto dalla Storia della Teologia Morale moderna di L.Veereke. Per esempio: "È impossibile che il piacere possa essere senza colpa". "L'atto coniugale non può mai avvenire senza colpa, almeno veniale". "C'è peccato quando un uomo santo ha rapporti sessuali con la moglie per carità, provandovi un certo piacere". ("Rapporti per carità", è superfluo sottolineare questa espressione perché è già drammatica di suo). Lo stesso San Gregorio Magno, che può considerarsi piuttosto aperto in relazione alla sua epoca, dice ancora: "L'atto coniugale è in sé lecito e casto, dato che è voluto da Dio, ma è molto difficile che nella pratica gli sposi rispettino la bontà di tale atto perché frequentemente mescolano con esso la concupiscenza, oltrepassando il fine voluto da Dio". Un'ultima perla, chiamiamola così, di questa ossessione di elaborare sempre più una casistica è: "Se un uomo durante un coito motivato dalla generazione prova piacere non può acconsentirvi interiormente, perché il piacere sessuale è vergognoso, disordinato e contrario alla legge di Dio. Non pecca colui che prova piacere, ma pecca colui che vi acconsente". Ora questo labirinto psicanalitico, che giustamente ci fa sorridere oggi, è però qualcosa che pesa, è frutto di una elaborazione che si è negativamente arricchita di secolo in secolo. Oggi la situazione è diversa, ma questo non evita la necessità di una rielaborazione di questo passato, del peso negativo di questo passato. Credo che sia interessante, da questo punto di vista, ricordarsi che papa Wojtyla, quand'era ancora semplice vescovo, scrisse un libro, all'inizio degli anni Sessanta, che a suo tempo fece un certo scalpore, intitolato: "Amore e Responsabilità", nel quale, in un ambiente come quello polacco degli anni Cinquanta rifletteva sull'importanza dell'amore come donazione reciproca fra uomo e donna, come sarebbe stato poi sottolineato dal Concilio. Rifletteva sull'importanza di pensare al diritto all'orgasmo della donna, quindi a non pensare solo ai ritmi propri ma anche a quelli della controparte femminile, e anche come gestire la passione. Insomma in questo papa, che è un papa complesso, da questo punto di vista c'è stata una riflessione antecedente al momento del suo pontificato, che poi è sfociata anche nella serie di udienze del mercoledì sulla corporeità, sulla pienezza della persona umana come corpo e come spirito, non come realtà separate: la persona è un tutto insieme. Egli ha fatto anche un'affermazione particolarmente importante, che ha chiuso con una secolare posizione negativa, e cioè egli ha detto che né il matrimonio è inferiore al celibato, alla scelta di verginità dei religiosi, né il celibato è superiore. Però, quando si marcano questi passi in avanti, poi non si può stare in una linea di continuismo e di giustificazionismo di tutto. Bisogna rendersi conto, e il libro giustamente lo nota (anche se è meno "pignolo" di quanto sia io in questo momento) nell'affermare la discontinuità con Pio XII, che diceva la cosa assolutamente opposta. Questo è un problema che riguarda il modo di condurre la comunità ecclesiale, e il ruolo del papato e delle autorità centrali della Chiesa. Non si può pensare che tutto sia sempre un'evoluzione, dove tutto è andato sempre benissimo e ogni cambiamento è soltanto un arricchimento o un aggiornamento. Quando Pio XII, nell'enciclica Sacra Virginatas del 1954 scrive: "La dottrina che stabilisce l'eccellenza e la superiorità della verginità e del celibato sul matrimonio, annunciata dal Divino Redentore e dall'Apostolo delle Genti, fu solennemente definita dogma di fede dal Concilio di Trento e sempre concordemente insegnata dai Santi Padri e dai Dottori della Chiesa" è esattamente l'opposto di quello che sostiene, giustamente, Giovanni Paolo II, che sa riconoscere al matrimonio la sua piena dignità, così come ha una piena dignità la scelta del celibato o della verginità.

Questa è una riflessione che va oltre il tema della morale coniugale, e investe il modo di autoconcepirsi del Magistero o dell'Istituzione ecclesiastica. Non si può beatificare Edith Stein che ha implorato il papato d'intervenire in tempo sulle persecuzioni anti-ebraiche del nazismo, e allo stesso tempo voler beatificare Pio XII che su questo è stato lento, timido, pauroso, non profetico. Non si può continuamente mettere insieme elementi di reale contrasto intellettuale di posizioni che sono maturate ora a livelli alti della Chiesa. Non si può cogliere, per esempio, la novità della posizione affermata in questi giorni in India da Giovanni Paolo II, quando ha detto che la libertà della coscienza è talmente inviolabile che bisogna rispettarla anche quando la persona cambia religione, principio altissimo di libertà, e contemporaneamente volere beatificare Pio IX che col Sillabo ha esattamente affermato il contrario, condannando come perniciosa quella libertà di coscienza che oggi è riconosciuta.

L'ultimo punto che viene sottolineato nel libro di Thellung, e non poteva non esserlo, è quello della procreazione responsabile. Alcune cose le ha già dette lucidamente Masina, e io vorrei soltanto ritornare sul lavoro della Commissione preparatoria della Humanae Vitae e in particolare sulle votazioni sistematiche che richiedevano un mutamento. Noi sappiamo che anche importanti autorità chiedevano un cambiamento. Per esempio il Patriarca di Venezia Luciani, futuro papa, chiedeva, sperava, spingeva per una soluzione più aperta. Invece Wojtyla a Cracovia creò una sua commissione e mandò poi i risultati a Paolo VI, influenzandolo moltissimo in direzione del divieto della contraccezione. Credo tuttavia che ancora oggi, storicamente, visto che il problema è aperto al futuro, è importante pensare che già nel '65 i teologi della commissione scelta dal papa, quindi con tutte le garanzie di equilibrio e di moderazione, votarono una prima volta sulla riformabilità delle posizioni contenute nell'enciclica di Pio XII Casti Connubii , e il risultato fu: 12 favorevoli e 6 contrari. Nel maggio '66, rispetto a posizioni di apertura, si espressero favorevolmente 15 componenti della commissione e solo 4 si posero sulla posizione tradizionalista. Nel giugno '66, sulla proposta di valorizzare l'insieme della vita coniugale rispetto ai singoli atti, questione molto importante perché avrebbe permesso di risolvere molti problemi, ci furono 9 favorevoli, 3 incerti e 3 contrari. E infine nell'ultima votazione del '66 sulla liceità della contraccezione si espressero: 9 per la liceità, 2per l'illiceità, 1 per l'illiceità con riserva, 3 astenuti. Quindi negli anni '65 e '66 una chiara maggioranza di teologi scelti dal Magistero aveva già indicato la soluzione verso la quale si dovrà inevitabilmente andare con il nuovo millennio e con il futuro pontificato.

C'è una riflessione, al di là della specificità di questo libro, che si può fare sul tema sollevato. Io credo che c'è un punto politico, e quando dico politico intendo riferito alla vita e alla gestione della comunità ecclesiale nel suo insieme, sul quale è bene riflettere. Intanto stasera abbiamo questo piccolo episodio della mancanza a questo tavolo del teologo moralista Vidal. Pare che siano sopravvenuti degli impegni improvvisi, ma come dice Andreotti: "a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca". Io non so nulla sulle motivazioni del teologo moralista, però conosco un precedente noto perché documentato. Qualche anno fa l'Università Lateranense, quindi l'Università del papa per eccellenza, organizzò un convegno che aveva come tema lo studio storico della scelta dei vescovi. Un argomento ponderoso, uno studio serio. All'ultimo momento però una serie di invitati cardinalizi della curia non vennero, perché soltanto porre il problema, evocando il rischio di sentir proporre elementi di decentralizzazione, già suscitava allarme. Il problema oggi nella fase attraversata dalla Chiesa italiana, ma anche internazionale, è che non c'è più un foro dove poter discutere a viso aperto. Per esempio, i temi sollevati dal libro, peraltro in maniera molto moderata e rispettosa, non sono potuti essere discussi al convegno della Cei di Palermo, che sarebbe stato il foro più adatto. Nessuno l'ha proibito, ma nessuno ha fatto in modo che nel meccanismo ci fossero dei delegati per discutere di pastorale familiare, delegati che avessero l'esperienza di Antonio Thellung e di tantissimi altri. Quando si fanno questi mega-convegni sulla famiglia, talvolta con feste e canti come in Brasile, mancano spazi dove uno rispettosamente possa semplicemente porre alcune questioni, esprimere pareri diversi e avanzare proposte fuori dal coro senza nessuna pretesa di esclusività. Abbiamo anzi un esempio negativo: al sinodo per la famiglia del 1980 fu posta una questione che ancora oggi tormenta tantissime persone, uomini e donne cattolici, divorziati e risposati: fu posta la questione se studiare, semplicemente studiare, la prassi penitenziale delle Chiese ortodosse, che ammettono un secondo matrimonio, ma per sottolineare l'importanza del primo vincolo impongono un periodo di penitenza, e poi celebrano il secondo in maniera meno solenne per far capire che c'è stata una rottura importante nella vita di un uomo e di una donna fedeli cristiani. Questa proposta fu votata a maggioranza dai vescovi. Ma nel documento Familiaris Consortio , pubblicato dal Papa un anno dopo, di questa proposta non c'è traccia. Quando in questo sinodo il cardinal Martini ha posto un elenco di temi scottanti chiedendo semplicemente che ci fossero occasioni per discutere a livello universale, la risposta è stata il silenzio dello struzzo, il silenzio dell'autoritarismo. Io credo che questa situazione, e lo dico come osservatore professionale, non potrà durare a lungo. Come sempre il destino della comunità ecclesiale è nelle mani del popolo di Dio a tutti i livelli, dal vertice fino al viandante, e credo sia di grande importanza discutere di queste cose, oltre ad avere il coraggio e la pazienza di mettere per iscritto esperienze e pensieri personali, come ha fatto Antonio Thellung.

Giacomo Grasso , teologo

Il libro di Antonio Thellung è un grande libro che molti, speriamo, avranno occasione di leggere e di meditare. E lo è, secondo me, molto di più per la metodologia seguita, piuttosto che per i contenuti, che variano coi tempi e con le situazioni. Mentre ascoltavo poco fa talune annotazioni fatte da Politi, le rivedevo come posizioni oggi invecchiate. Ad esempio, San Girolamo ce l'aveva con il matrimonio delle classi abbienti del suo tempo, che davano le giovani ragazze di famiglia a vecchi, magari anche dalla condotta notoriamente viziosa, ma unicamente per avere un sostegno economico. E allora lui le consigliava di andare al suo monastero di Betlemme, dove avrebbero potuto fare liberamente le loro scelte, non dettate dai genitori. Per quanto riguarda i singoli, è apparso un bellissimo articolo su Supplement de la Vie Spirituelle , nel quale una storica francese dice che nella Napoli di S. Alfonso Maria de' Liguori più della metà della popolazione era formata da single . Servi, soldati, monaci, monache, costituivano più della metà della popolazione di Napoli e creavano moltissimi problemi dal punto di vista della morale. I singoli di oggi sono pochissimi rispetto a quelli di Napoli della metà del '700.

Dunque i contenuti di questo libro sono e restano importanti, ma è la metodologia soprattutto che, a mio parere, è ottima, perché dà grande spazio alla storia. Io per mia fortuna non sono un teologo moralista, sono un dogmatico, un teoretico, e ogni anno insegno il trattato sul matrimonio, cosa molto interessante perché, per esempio, secondo le idee di San Tommaso, bisogna cercare la materia del matrimonio, che è data dallo stare insieme in modo fedele, stabile e fecondo di un uomo e di una donna, e non dalla trascrizione su un registro. È la convivenza a rappresentare quello che il matrimonio è nei suoi aspetti più importanti. Se il sì che si scambiano gli sposi formalizza un momento che non è giuridico ma ecclesiale, questo avviene perché si tratta di un sacramento, ma se non sono capaci di essere fedeli, stabili e fecondi il matrimonio non esiste. Ciascuno di noi, nella nostra vita limitata, dev'essere fedele stabile e fecondo a imitazione di Dio che, come dice San Tommaso, creando apre le mani che sono state allargate dalla chiave dell'amore.

Il metodo di Thellung è appunto quello d'inserire nell'essere suo e di sua moglie (una coppia di credenti) quella parola di Dio che lì, nella loro storia, s'incarna. Tante volte i teologi dicono: bisogna badare alla storia e poi non ne sanno niente. Un grande storico può aiutare un teologo, che in sé non sarà mai uno storico, perché deve riflettere e non cercare documenti negli archivi. Thellung non ha avuto bisogno di andare in archivio per ricercare documentazioni storiche, perché la storia sua e di sua moglie l'ha vissuta, e poi ha intriso il suo libro di questo metodo fondamentale anche per la teologia e per la vita cristiana, che è consapevolezza che il Verbo si è incarnato nella storia, e che la parola di Dio, continuamente, s'incarna nella storia privata o sociale di ciascuno.

Maria Caterina Jacobelli , teologa morale

Ringrazio molto Antonio Thellung per questo libro che mi è piaciuto moltissimo, soprattutto perché apre uno spazio per riflettere su un punto che è generalmente assente dalla riflessione teologica sulla sessualità: quello del piacere, che non viene mai affrontato con supporto di documenti. In questo libro c'è un lungo elenco di giudizi negativi su di esso, un vero quaderno degli orrori. E io mi chiedo: com'è possibile che per questo argomento non venga studiato, approfondito, quel documento principe che è la Summa Theologiae di san Tommaso d'Aquino, in cui ci sono pagine splendide sul piacere sessuale?

Cito in breve. C'è la famosa quaestio 98 che al termine di una serrata argomentazione conclude dicendo che nel paradiso terrestre . in statu innocentiae . la continenza, l'astenersi dall'atto sessuale, non sarebbe stata una cosa lodevole; ma c'è soprattutto una deliziosa presa di posizione su un argomento che ha occupato le menti dei teologi per molti secoli, e cioè, se nel paradiso terrestre, Adamo ed Eva hanno o no fatto l'amore. Non vi dico che cosa sono stati capaci di tirar fuori, e Tommaso d'Aquino in modo delizioso dice che primi parentes in paradiso non coierunt, quia, formata muliere, post modicum propter peccatum de paradiso eiecti sunt . Non hanno fatto a tempo, insomma. Ma, continua . ed è ciò che a noi interessa . se lo avessero fatto avrebbero goduto di un piacere immenso, molto più grande di quello che possiamo provare noi. Perché il piacere è tanto maggiore quanto più pura è la natura e sensibile il corpo: quam purior natura et sensibile corpus.

A me è subito venuto in mente il problema della verginità fisica di Maria, di Gesù Cristo. Mi chiedo: ma è possibile che tanti teologi non abbiano mai letto queste pagine di san Tommaso?

Propongo ora un'altra pista di ricerca che non è mia ma sulla quale sto riflettendo molto. Dice Thellung nel suo libro: nella Bibbia non c'è un'indicazione precisa sulla preminenza dell'uno o dell'altro dei fini del matrimonio. Mi permetto di dissentire, perché nella Bibbia il Signore, nello splendido racconto del Genesi, crea prima gli animali in coppia e li benedice comandando loro di procreare; quando invece crea l'uomo, lo crea e sottolinea come questa solitudine non sia cosa buona. Crea quindi la donna, colei che con la sua presenza fa prendere all'indifferenziato adam la consapevolezza di essere uomo , ish . Soltanto dopo viene il comando di procreare. Quindi il primo scopo del matrimonio nel Genesi è chiaramente quello unitivo.

Spero di non morire (ho settantadue anni) prima che la riflessione teologica sulla base della Bibbia ponga l'aspetto unitivo sopra quello procreativo. Del resto, la nostra stessa struttura fisica che, a differenza degli animali, come ricorda anche Thellung, ci fa provare il desiderio anche al di fuori del momento in cui la donna potrebbe procreare, dovrebbe fornire uno stimolo sufficiente in questa direzione.

Luigi Accattoli , giornalista vasticanista e scrittore

A mio parere, la parte più bella di questo libro è la prima, dove si descrive il metodo della fedeltà creativa. Questo mi sembra originale, il fatto che una persona sposata, un cristiano comune, uno che non si riconosce nessun'altra competenza se non quella della vita vissuta, proponga la propria esperienza come pedagogia, anche nei confronti delle coppie più giovani, auspicando che cresca nella comunità ecclesiale un'abitudine a confrontarsi su questi temi, dando la parola a quelli che hanno una competenza che deriva dall'esperienza. C'è anche una polemica molto garbata sui celibi che pretendono di parlare del matrimonio, anche se bisogna riconoscere che alcuni celibi ne hanno parlato bene: un esempio per tutti il teologo Haring che si è dimostrato non condizionato dal suo celibato, e tuttavia certamente i celibi non possono raccontare quell'arte di amare che Thellung ci espone in questa prima parte. Qui ci sono le pagine più belle, talvolta poetiche.

Voglio dire ancora qualcosa su questo metodo. C'è una bonifica delle zone inesplorate, una ricerca comune dei due coniugi sui vuoti che anche nella vita di coppia restano e insidiano il rapporto, lo tarpano, impediscono che diventi comunione di tutta la vita, e quindi minano, per il futuro, la fedeltà. E allora i due devono confrontarsi e incontrarsi, nel disagio come nella gioia, devono guardarsi negli occhi e aiutarsi a esplorare queste caverne inesplorate della loro vita. Poi c'è una sollecitazione molto bella, proprio perché rara nella comunità ecclesiale: la sollecitazione a vincere un malinteso pudore che impedisce di raccontare la propria storia d'amore. In fondo l'umanità cerca questo, la gente legge romanzi d'amore, i lettori dei giornali vogliono storie d'amore. Chiediamoci: perché i teologi moralisti dedicavano tutto questo tempo alla sessualità? Thellung ironizza, dice d'immaginarsi questi celibi spendere tutta la vita a studiare con una dedizione certosina le varie fasi dell'amore, del corteggiamento, del bacio, cose che loro non hanno mai fatto, cercando di sviscerarlo da tutti i punti di vista: perché? Credo sia lo stesso motivo per cui si leggono i romanzi d'amore e si cercano le storie d'amore nei giornali. Il discorso naturalmente meriterebbe di essere approfondito.

Per la parte di confronto con i documenti del Magistero, concordo pienamente con l'autore: ho fatto le stesse sue scelte e mi pongo in posizione analoga, di rispettoso ma franco dialogo. Mi piace ricordare un personaggio, anche se non molto conosciuto: si chiama Arsenio Frugoni, il grande medievalista, nel suo ambiente notissimo, che è morto prematuramente in un incidente stradale. Sono stato suo alunno nella facoltà di lettere qui a Roma, ed è la figura di professore più bella che ho avuto nei miei studi universitari.

Era profondamente cristiano, e mi diceva che durante la guerra la sua fede aveva subito un grande scandalo. In quelle circostanze terribili, che ponevano questioni di coscienza da tutti i punti di vista, in mezzo alle rappresaglie, alle deportazioni degli ebrei e così via, andò a cercarsi un manuale di teologia morale, e sulla guerra trovò una pagina e mezza nelle quali c'era scritto, in sostanza, che se la guerra era dichiarata dall'autorità legittima e si rispettavano cinque condizioni, già descritte da San Tommaso e accuratamente riproposte, allora il singolo doveva obbedire senza ribellarsi.

Se invece non era dichiarata dalla legittima autorità, la guerra non era lecita e bisognava rifiutarsi di farla. Non c'era nulla che potesse rispondere alla situazione concreta che si stava vivendo a Roma in quel momento d'occupazione nazista: in relazione a tali tragedie la teologia morale non insegnava niente.

In compenso, accanto a quella pagina e mezza sulla guerra, c'erano seicento fittissime pagine sulla sessualità. E allora Frugoni diceva: penso che l'esperienza dell'ultima guerra costringerà la teologia morale a riequilibrarsi, e soltanto quando su guerra e sessualità si avranno trattazioni equivalenti, vorrà dire che la Chiesa avrà rimesso i piedi per terra.

Oggi non c'è più bisogno, neppure nell'ambiente ecclesiale, che si sviluppi abnormemente il de sexto , perché si possono leggere molti romanzi d'amore. Meglio lasciare perciò che si esprima la coppia: devono essere una sola carne, avventura che non può sottostare a una precettistica, a una manualistica che specifichi come gli sposi si debbano baciare e tutto il resto. S'impari piuttosto da loro, dall'esperienza pratica, quell'arte d'amare che è materia di fedeltà e di fecondità, fino a rendere attraente il matrimonio cristiano.

Clotilde Buraggi , psicanalista

Nei miei 43 anni di matrimonio mi sono sempre chiesta . soprattutto nei primi tempi . come mai alcuni documenti della Chiesa e molti confessori ce l'avessero tanto con il piacere e il desiderio sessuale. Poi, mettendomi dal loro punto di vista, mi sono risposta che la voglia del piacere poteva portare soprattutto il maschio a tradire la moglie, con conseguente rottura del vincolo matrimoniale. Allora non era contemplato che noi donne "talebane", "per bene", potessimo avere dei desideri. Mi sono anche detta che magari questa accentuazione del desiderio come pericolo poteva essere la proiezione di una minaccia da tenere presente per chi aveva fatto una scelta celibataria.

Adesso che sono diventata psicoterapeuta vedo che esiste un altro pericolo, almeno nella nostra area culturale: sta emergendo come fenomeno allarmante nella vita della coppia la mancanza di desiderio per il partner, non solo nella donna ma anche negli uomini. È un argomento al quale i moralisti dovrebbero dedicare qualche riflessione. Ho molto apprezzato nel libro di Thellung il suo sottolineare la necessità di uno sforzo creativo dei coniugi per alimentare il desiderio reciproco, rinnovando così ogni giorno la gioia di vivere insieme.

Luigi Sandri , giornalista vaticanista e scrittore

La "confessione" di Antonio Thellung è molto stimolante, perché apre uno spaccato sulla vita vissuta di una persona che si è responsabilmente interrogata se e come si possa conciliare la dottrina dell' Humanae vitae con l'esperienza concreta di una coppia di sposi cattolici e con la loro coscienza. Proprio per il suo taglio specifico, una testimonianza, il libro non approfondisce ovviamente tutti i complessi aspetti teologici della problematica, lasciandoli piuttosto sullo sfondo.

Ma siccome quello di Antonio, e della sua sposa, non è un caso unico, o raro, ma piuttosto la punta di iceberg di un fenomeno vastissimo, ritengo che l'input da lui dato, e del quale gli siamo grati, possa costituire un suadente invito ad approfondire e ricordare, in sede storica e teologica, alcuni dei nodi di fondo sollevati dall'enciclica montiniana e dal clamoroso dibattito che essa ha suscitato.

Sarà allora bene ricordare, ad esempio, che negli anni Settanta in Svizzera e in Germania Sinodi nazionali della Chiesa cattolica nei due Paesi chiesero, in vario modo, alla Santa Sede un ripensamento sulla Humanae vitae . Assemblee nazionali o locali di cattolici in altri Paesi europei e nel Nordamerica, in incontri, o con documenti di varia natura e autorevolezza, hanno ribadito le stesse richieste. A tutte Roma ha risposto o con il silenzio, o con un secco no.

Anche a papa Wojtyla sono state ripetute le stesse richieste: nell'85, quando egli visitò il Benelux; nell'"Appello dal popolo di Dio" lanciato in Austria nel '95 e poi diffusosi in molti paesi, Italia compresa, dando origine al Movimento internazionale "Noi siamo Chiesa" che nel '97 ha portato in Vaticano 2,5 milioni di firme che chiedono, tra l'altro, il rispetto per la libertà di coscienza dei coniugi che, per una paternità e maternità responsabili, usano la contraccezione.

Sempre in Austria, preoccupati per la crescente polarizzazione in atto tra i loro fedeli (ed esplosa per una serie di vicende, tra cui quella dell'allora arcivescovo di Vienna, cardinale Hans Hermann Groer, accusato di abusi sessuali compiuti quando era semplice monaco) i vescovi nell'ottobre del '98 hanno organizzato a Salisburgo un incontro nazionale chiamato "Dialogo per l'Austria". Qui, con grande libertà, i 269 convocati, vescovi, laici, preti, religiosi, suore, hanno discusso anche problemi considerati "tabù" da Roma, e votato precise risoluzioni, tra cui la seguente (approvata con 201 voti su 269): "La procreazione responsabile è un dovere dell'uomo e della donna che formano la coppia. La procreazione responsabile non è solo a servizio della generazione di una nuova vita, ma anche della riuscita della comunione sponsale e della cura responsabile dei figli già nati. Spetta ai partner, considerate le direttive ecclesiali nel senso di una responsabile decisione di coscienza, scegliere i metodi di regolazione delle nascite più adatti alla loro situazione concreta".

I no di Paolo VI prima, di Wojtyla poi, a queste richieste hanno avuto come conseguenza quello che Prini chiama "scisma sommerso": stanca di non essere ascoltata dalla gerarchia, molta gente vive etsi papa non daretur , come se il papa non ci fosse. Lo si applaude se viene pellegrino, o magari anche in piazza san Pietro, ma certo non si accetta la sua dottrina sulla regolazione delle nascite (e su molti altri problemi). Ora, naturalmente Roma dirà che essa non può "cedere alle mode del mondo, o alle pressioni, e svendere il vangelo". Ma il punto è proprio questo: il "no" papale alla contraccezione è basato sulla parola dirimente del Signore, o non è piuttosto frutto di una mentalità teologicamente, storicamente e culturalmente datata?

Tuttavia è importante rilevare che ci sono indizi che - oltre a un esercito di semplici fedeli, e di molti teologi e teologhe (non abbiamo toccato, qui, i numerosi studi che criticano alla radice l'impianto teoretico dell' Humanae vitae e il concetto di "natura" che essa sostiene) - anche diversi vescovi hanno dei dubbi sulla fondatezza teologica, biblica e storica dell' Humanae vitae e di tutto il successivo magistero in proposito. I problemi sottesi, taciuti ma ineludibili, sono due. Primo: come abbandonare il no montiniano e wojtyliano alla contraccezione, salvando nel contempo il "continuismo" del magistero papale? E, secondo: in caso d'insupe-rabile distonia tra le affermazioni del magistero e le scelte di coscienza, si può uscirne semplicemente dicendo che la coscienza di chi respinge l' Humanae vitae è male illuminata, e che "oggettivamente" il magistero ha ragione?

Papa Wojtyla, a New Delhi, il 7 novembre '99 ha fatto questa affermazione: "La libertà religiosa è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda. Ciascuno infatti è tenuto a seguire la propria coscienza in ogni circostanza e non può essere costretto ad agire in contrasto con essa". Mutatis mutandis , prima o poi bisognerà pure trarre coerenti conseguenze da questa impegnativa affermazione e, dunque - per limitarci al problema di cui ci stiamo occupando - rispettare pienamente chi, in coscienza, decide per la contraccezione.

Se si giudicasse la situazione dal presente - il papa che ha parlato a New Delhi è lo stesso che il 20 novembre ha respinto radicalmente le richieste di compartecipazione nel decision making della Chiesa provenienti dalla Germania, e riaffermato come "infallibile" il no alla donna-prete - ci sarebbe da essere pessimisti. Ma se si guarda al complesso del corpo della Chiesa cattolica, si deve invece avere speranza. Perché lo Spirito Santo soffia; e perché potrebbe essere più vicino di quanto si pensa il giorno in cui, coralmente (conciliarmente?) il popolo di Dio riunito nella Chiesa cattolica romana, con varietà di carismi e ministeri, riprenderà da capo il discorso, e supererà costrizioni che non possono essere basate né sulla Parola di Dio né sulla Grande Tradizione della Chiesa.

Giancarla Codrignani

La problematica relativa all'autonomia della morale sessuale è poco popolare perché in Italia manca ogni dibattito interno al mondo cattolico, e tutti fanno conto di non sapere che nessuno segue le indicazioni ufficiali, che chi ancora si confessa non ne parla più e che i sacerdoti preferiscono non immischiarsi. I giovani non sanno neppure del prezzo pagato nel passato dalle coppie "osservanti".

La sofferenza che il libro di Thellung rappresenta è imputabile al governo delle coscienze da parte della gerarchia cattolica. Come per il celibato (che è questione complementare) le norme dettate dalla Chiesa in materia sessuale rispondono a deformazioni della mente che difficilmente possono essere definite cristiane. Chi pensa che la sessualità sia intrinsecamente impura e la giustifica nel matrimonio solo a fini procreativi, finisce per consentire il concepimento per egoismo e non per amore responsabile.

Ma è la stessa imposizione del dovere di ubbidienza che ripugna con i valori morali. Credo che la denuncia di don Milani non debba essere limitata al servizio militare: nessuna ubbidienza che vada contro la coscienza è virtù. E giustamente san Tommaso sostiene che chi non crede nello Spirito non può esservi obbligato a forza; e altrettanto giustamente Giovanni Paolo II nel suo recente viaggio in India affermava che nulla osta alla coscienza che intendesse mutare appartenenza religiosa.

Virtù è l'impegno serio di responsabilità, fedeltà, lealtà nel rapporto con Dio, con la Chiesa, con i fratelli, a partire da chi si ama. Per questo è interessante, con l'aiuto di questo libro, riprendere certe questioni. Anche perché i laici vi sono profondamente coinvolti nel loro modo di essere: il Vaticano II ci ha dato il dovere e il diritto della parresia . Mi auguro che in un domani non così lontano, noi verremo chiamati ad avere responsabilità anche nelle nomine dei vescovi: non possiamo stare a lungo in questa inerzia, male abituati all'adeguamento reverenziale a qualunque proposta che cali dall'alto.

Le prospettive della contemporaneità comportano, tra l'altro, sempre più gravi problemi di ordine morale che coinvolgono tutti, laici e credenti, perché nessuna autorità, neppure quella religiosa, può più intervenire con il divieto. Chi pensa all'ingegneria genetica e alle biotecnologie capisce che solo la responsabilità ragionata e condivisa può affrontare questioni così profonde.

Appare sconcertante la facilità con cui mons. Greccia ha consentito alla clonazione animale (ragioni commerciali?), come se ignorasse le implicazioni dell'essere mammiferi. Altrettanto sconcertante fu la condanna della fecondazione assistita fatta quando i bambini nati con questo procedimento andavano già al liceo.

Che l' Humanae vitae sia inadeguata lo sanno anche coloro che dicono di consentirvi. Ma quello che preoccupa è che le autorità ecclesiastiche accettino la doppia morale e non temano l'indifferentismo e la caduta di senso di altri non così caduchi valori.

Carlo Molari , teologo

Poco fa p. Giacomo Grasso si presentava come docente del trattato sul Matrimonio all. Università S. Tommaso. Questo fatto è uno dei segni che la teologia non ha ancora compiuto i passi necessari per il rinnovamento. Essa infatti viene sviluppata partendo ancora da principi e non dall'esperienza di fede vissuta nelle concrete situazioni della storia. Si struttura quindi come deduzione da dottrine tradizionali più che come riflessione sistematica sull'esperienza di fede compiuta da una comunità di fede in un determinato contesto culturale. Penso che non sia lontano il giorno nel quale la riflessione teologica sul sacramento del matrimonio, sia dal punto di vista dogmatico che morale, verrà esposta nelle scuole da persone sposate che vivono nella fede la loro condizione matrimoniale.

Da quando il Concilio Vaticano II ha precisato che la rivelazione non è la comunicazione di dottrine o di idee astratte, bensì una "economia di eventi accompagnati da parole" ( Dei Verbum 2) e da quando le scienze ermeneutiche e del linguaggio hanno chiarito lo statuto delle nostre formulazioni ideali e verbali, l'impianto della teologia è cambiato o meglio è in corso di cambiamento radicale. Non deve meravigliare il fatto che teologi celibi abbiano potuto dissertare per secoli sulla vita matrimoniale, stabilendo norme, risolvendo casi morali e indicando comportamenti. La teologia era impostata in modo deduttivo. Essa partiva da principi ritenuti certi e ne traeva tutte le conclusioni possibili. Ora la teologia si presenta come riflessione sistematica sull'esperienza di fede in Dio vissuta nelle diverse situazioni dell'esistenza. Non è possibile fare teologia prescindendo dall'esperienza ecclesiale.

Per fortuna oggi ci sono molti movimenti matrimoniali che educano alla riflessione sull'esperienza di coppia e della famiglia vissuta nell'orizzonte della fede. Per questo la teologia matrimoniale ha oggi una fioritura notevole, che non mancherà di produrre frutti stabili per la Chiesa intera.

Quanto ai metodi anticoncezionali, o all'ammissione ai sacramenti di coniugi in situazione irregolare, nessuno può negare che all'interno della Chiesa esistono oggi opinioni diverse sia dal punto di vista dottrinale che pastorale. Una posizione rigorosa che è minoritaria, ma più autorevole, e una posizione più aperta, che è maggioritaria, ma meno autorevole. In questi casi come è noto vale il principio del probabilismo (è lecito scegliere un'opinione probabile anche se non è la più probabile, secondo ragioni che emergono all'interno della propria esperienza personale). Occorre quindi educare le persone a valutare le ragioni di principio e i dati di fatto, in modo che siano in grado di prendere decisioni moralmente corrette.

I movimenti matrimoniali lo fanno con delicatezza alimentando una spiritualità matrimoniale che sta dando frutti numerosi. Non bisogna essere superficiali e assecondare la faciloneria, ma neppure imporre dall'esterno norme alimentando sensi di colpa. Occorre dare fiducia ai coniugi perché decidano con coerenza e responsabilità secondo le condizioni in cui si vengono a trovare. La formazione delle coscienze, d'altra parte, non può realizzarsi senza un confronto continuo con la tradizione e con le attuali acquisizioni della psicologia e della medicina. Ci sono molte coppie che vivono serenamente le loro scelte, attente soprattutto a non tradire il principio fondamentale della vita matrimoniale che è l'amore e del rispetto reciproco, nell'abbandono fiducioso all'azione di Dio.

 


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