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Presentazione di "Elogio del Dissenso"
28 Maggio 2007

Centro Russia Ecumenica, Borgo Pio 141, ore 18,30
Relatori:
Giancarlo Zizola, giornalista vaticanista del quotidiano Il Sole 24 ore.
Alberto Bruno Simoni o.p. responsabile del periodico Koinonia di Pistoia.
Coordinatore:
Gigi De Paoli, medico psicanalista.

Introduzione di Gigi De Paoli

Buona sera a voi tutti, siamo qua per presentare il libro di Antonio Thellung: Elogio del dissenso appena pubblicato dalle edizioni La Meridiana.

Quando io ho ricevuto questo libro mi sono precipitato a leggerlo, e l'ho trovato molto interessante, scritto in maniera piana e semplice. Un libro che tocca problemi molto seri, non solo di ieri ma anche di oggi, problemi che si perpetuano, che si sono “incistati” nel callo della Chiesa. Personalmente l'ho letto alla luce della storia di Antonio, che conosco da almeno 30 anni. Nel quarto di copertina c'è scritto che è stato pilota di macchine, scrittore, artista, ma per me Antonio Thellung rimane soprattutto legato a un’esperienza tra le più drammatiche, tra le più straordinarie, che è quella di chi decide ad un certo momento della sua vita di dare un segno di coerenza alla propria fede, alla fede in Gesù terapeuta, e che per questo si mette al capezzale dei malati che stanno morendo. Mi direte: ma che c’entra tutto questo con il libro? Ecco, io l'ho letto come esperienza di una persona che sta al capezzale di un soggetto molto sofferente com’è attualmente la Chiesa, e mi sembra che questa immagine sia la migliore spiegazione di questo libro.

Un libro che parla del dissenso, ma in modo costruttivo, per mettere un organismo, vivente ma sofferente al punto da sembrare talvolta morente, nella condizione di riflettere sulla propria vita. Dico morente nel senso che ci sono aree di crisi molto serie come è stato anche confermato autorevolmente dall’ultima riunione in Brasile sulle difficoltà di questa Chiesa; soprattutto di Chiese molto giovani, nascenti. Lo sforzo di Antonio Thellung appare come sforzo di chi crede ancora nella possibilità di dare speranza a un soggetto che sta soffrendo moltissimo.

Questo è il mio contributo alla presentazione, che vuole essere anche un incoraggiamento a vedere l'attuale dimensione ecclesiale come realtà che ha bisogno di essere rivitalizzata dallo Spirito attraverso la compagnia di chi condivide il pane, ma condivide anche la sofferenza.

Stasera sono qui due autorevoli personaggi del mondo giornalistico per dare un segno della loro partecipazione a questo libro. Diamo subito la parola a Giancarlo Zizola, vaticanista del quotidiano Il Sole 24 ore, che ha scritto molti libri sulle problematiche e le sofferenze della nostra Chiesa.

Relazione di Giancarlo Zizola

Il libro di Antonio Thellung, Elogio del dissenso, si iscrive senza titubanze al filone dell’apologetica. E’ l’opera di un cristiano persuaso della bontà e della verità profonda del messaggio evangelico e convinto che sia necessario renderlo attuale nel mondo contemporaneo e dunque  fornirlo di una credibilità adeguata ai tempi. Egli si assume la responsabilità di alcuni suggerimenti per così dire terapeutici perché questo obiettivo possa essere, se non raggiunto, almeno avvicinato. Tra questi, che le istituzioni religiose, in particolare nel cattolicesimo, si avvicinino di più al popolo dei fedeli e attenuino o diminuiscano la distanza attuale tra l’organizzazione e il messaggio. In secondo luogo, che la Chiesa renda ragione al «genio del cristianesimo» sviluppandone le risorse originarie di religione della libertà, anche per confutare una volta per tutte l’accusa di Simund Freud sullo speciale contributo recato da un sistema religioso coercitivo, basato su divieti, eterodirezione e legalismo autoritario, alla mentalità di massa e alle dittature. In terzo luogo, l’autore fa emergere con evidenza non priva di passione quanto sia reale nella Chiesa cattolica il bisogno di una ricomposizione della lacerazioni e di un recupero del dialogo fra le diverse componenti e correnti del popolo cristiano. Afferma che «schieramenti e contrapposizioni hanno fatto il loro tempo, la speranza di imparare a dialogare, di ritrovare fiducia, di potersi incontrare e capire, da un lato è strettamente legata alla capacità di esprimere affettuosamente il dissenso, e dall’altro alla disponibilità di accoglierlo e valutarlo con altrettanto affetto».

Il libro sogna una chiesa in cui crollino i molti muri di Berlino che ancora le impediscono di manifestarsi come un organo di comunione, uno spazio amoroso in cui ciascuno nel proprio ruolo sia impegnato a promuovere un clima di costruttivo confronto anche quando emergano le più sgradevoli contestazioni. Immagina una comunità ecclesiale «fatta di coscienze capaci di confrontarsi senza timori e reticenze». Difende il diritto all’esistenza «di idee e istanze differenti da quelle ammesse ufficialmente» e sostiene che anche il conflitto può assumere un valore positivo e che «solo un sano e affettuoso pluralismo ci potrà salvare». Manifesta la sua ripugnanza verso «un dissenso a priori», che diverrebbe speculare all’autoritarismo cui ritiene di opporsi, e ammonisce che il dissenso è giustificato a condizione che sia responsabile, solidamente motivato e con posizioni vagliate attentamente nella coscienza, e immune da condizionamenti ideologici prodotti da schieramenti preconcetti. E’ a condizioni severe che Thellung accredita la piena pertinenza di uno statuto ecclesiale del dissenso riconoscendolo portatore di valori spesso emarginati dall’autorità religiosa, riscattandolo così dal peso del discredito di cui è stato gravato, non di rado immeritatamente, lungo i secoli.

Nella prima parte il libro ripercorre brevemente la storia della Chiesa  scoprendone sotto traccia il filo rosso del dissenso, segno di una instancabile e mai soddisfatta ricerca di una forma di identità più adeguata della fedeltà alla fede apostolica. L’autore ricorda che già nei primi secoli la comunità cristiana era travagliata da forti dissensi, ma questi non le impedivano di riconoscersi nell’unità di fede in un unico Dio. Come diceva Ireneo,vescovo di Lione, »la Chiesa benché sparsa in tutto il mondo conserva diligentemente la fede come se abitasse una sola casa, come se avesse una sola anima e un solo cuore, come se avesse una bocca sola»(Adversus Haereses,1,10). Tuttavia, nel modello praticato nel primo millennio, Roma non rappresentava la prima né tanto meno l’unica istanza cui fare riferimento per la soluzione dei conflitti, ma solo l’ultima, poiché esisteva una pluralità di centri ecclesiali giuridicamente autonomi. Il racconto di Thellung fa emergere che nella storia più antica la comunità cristiana non era un gregge passivo sotto la guida di ministri che si cooptano per riprodurre una casta di governanti. Essa invece aveva una parte attiva, in unione con i vescovi, nella determinazione e nell’esercizio della propria vita, nella designazione dei ministri, nella pratica associativa, nella costituzione dell’assemblea liturgica e nella formazione delle decisioni. Come Yves Congar ha dimostrato, nei primi secoli la pratica della Chiesa era più conforme al modello democratico. I processi di consultazione e di formazione delle decisioni ecclesiastiche avvenivano in modo partecipativo. I vescovi vengono eletti col voto del clero e del popolo a maggioranza e a scrutinio segreto, restando all’autorità l’imposizione delle mani di successori degli Apostoli. Il consenso della comunità dei fedeli è richiesto ad necessitatem per la validità dell’elezione del vescovo. E’ questa antica tradizione che viene sintetizzata nel principio canonico: «Ciò che riguarda tutti e ciascuno deve essere approvato da tutti». Tanto bastava a Padre Congar per concludere che l’esigenza democratica «integra una esigenza di fedeltà alla fede cattolica», legittimata dalla pratica antica, e non già frutto maligno di «pericolose concessioni allo spirito del mondo» e ai regimi politici nati sull’onda della Rivoluzione Francese. Per lo stesso motivo il Concilio Vaticano II aveva recuperato dal tesoro antico della Chiesa alcuni suoi elementi costituzionali che col tempo si erano un poco eclissati, per esempio la collegialità episcopale, la sinodalità, il criterio della sussidiarietà: decisioni adottate «per coerenza teologica con la vocazione della Chiesa» e non per «democraticismo». Traspare poi dall’approccio dell’autore che la gestione del conflitto ecclesiale conobbe un irrigidimento autoritario e condannatorio con l’affermarsi nel secondo millennio di un processo di centralizzazione totalitaria culminato nel triregno di Innocenzo III e di  Bonifacio VIII, e in età moderna nei dogmi del Concilio Vaticano I. Più la Chiesa si  costruisce come sovranità temporale e più le dinamiche della libertà al suo interno tendono a languire. E’ per questo che alcuni dei grandi spiriti che hanno punteggiato luminosamente la storia della Chiesa non hanno desistito, malgrado la sordità delle istituzioni, dall’appello alla riforma spirituale, ma anche istituzionale, dell’apparato gerarchico. Da Gioachino da Fiore a Francesco d’Assisi, dal Savonarola a Tommaso Moro e a Erasmo da Rotterdam il viaggio nel dissenso ci trascina all’interno di una lotta per la riforma della Chiesa che non sarebbe  immaginabile prescindendo dalla testimonianza vissuta di cristiani la cui fede in un regno «che non è di questo mondo» era  più forte dell’accettazione delle regalità politiche e temporaliste esistenti.

Ritengo che si farebbe torto al «dissenso affettuoso» perorato da Thellung ridurlo ad una vaga fuga romantica nell’innocenza di un evangelismo utopico. Forse è il nome vivo che l’autore ha scelto per designare  una ricomprensione escatologica della Chiesa,un colpo di sonda negli strati profondi della sua tradizione fino a raggiungere le sue fonti ispirative e fondative: perché è chiaro che solo nel confronto con l’evento originario del cristianesimo, e cioè con l’amore del Cristo in croce, una critica potrebbe essere concretamente giustificata nella Chiesa. Perché se la storia del dissenso è costellata di eretici o presunti tali, essa è anche affollata di santi e sante, fino ai nostri giorni.

Non a caso la critica al centralismo giuridico della Chiesa e alle vertiginose pretese temporaliste del papato, al culmine di una «societas perfecta», è stata opera soprattutto di donne e di uomini del chiostro,da Bernardo di Chiaravalle a Caterina da Siena a Pier Damiani. Spinti dal desiderio di rendere più vitale e visibile la missione spirituale della Chiesa nella loro epoca, essi non esitavano a invitarla ad aderire alla verità tutta intera del Cristo, di cui la Chiesa è mera funzione, e perciò a denunciare la cupidigia di potere e l’immobilismo della curia romana. Essi raccomandavano ai papi di «mettere la scure alla radice» con profonde riforme strutturali. Quei santi arrivavano a contestare ai conservatori, per quanto proclamassero di essere dei veri spirituali, di nuocere con la loro opposizione alle riforme istituzionali alla spiritualità della Chiesa, un rimprovero che non ha perduto col tempo il suo valore.

A legittimare poi lo statuto ecclesiale di un dissenso responsabile, sia di parte riformistica che di parte tradizionalistica – anche di questa il libro si occupa – si potrebbe richiamare anche la necessità di un approccio realistico e storico della Chiesa «casta meretrix», sbarazzando sia l’autorità che l’eventuale dissidenza dall’illusione di una Chiesa pura e monolitica. Una pagina poco conosciuta di Sant’Agostino invita  a cogliere nella parabola evangelica del frumento e della zizzania la prefigurazione del corpus Christi mixtum in area. L’illusione della Chiesa astratta e immacolata era vista dal vescovo africano come «segno di immaturità ecclesiale». Lungi dal fuggire la permixtio e la tritura dell’aia, il cristiano era esortato da Agostino a tollerare la diversità, la luce e le tenebre nel suo animo: « Ogni discriminazione è interdetta alla Chiesa e questo vuol dire che essa è chiamata a tollerarsi mescolata. Perché anche se il suo sguardo è deficiente,essa sente che essa non è ancora questa sposa senza macchia e senza ruga che lo sposo desidera. Nell’attesa del giorno in cui raggiungerà la perfetta bellezza,essa riconoscerà come giusto il disegno di Dio che essa non riesce a comprendere oggi. Nell’attesa, essa deve accontentarsi della sola realtà che conosce:la via che è il  Cristo è la via crocifissa. La Chiesa non può neanche contare coloro che le appartengono: questo numero solo Dio lo conosce. La Chiesa è estranea( peregrina) anche tra le mura della sua casa,non conosce il perimetro dei suoi bastioni,le cui porte sono d’altronde sempre aperte.  L’opposizione dentro-fuori è in Agostino al servizio della negazione di ogni frontiera tra Chiesa e mondo. Egli ha mille volte affermato che i nemici di fuori sono migliori dei cattivi cristiani di dentro. La Chiesa di Agostino non è pienamente Chiesa che quando non ha più frontiere» (Pasquale Borgomeo S.J., L’Eglise de ce temps dans la prédication de Saint Augustin,Paris 1972,p.333 ss). Riesaminata da questo periscopio la questione della dignità ecclesiale del dissenso responsabile si rivela per quello che effettivamente è, una questione di ecclesiologia, del tutto pertinente ad una visione come quella autorizzata dal Concilio Vaticano II di una Chiesa di comunione la cui unità si articola in immense e irriducibili varietà di tradizioni spirituali, di carismi, di centri plurali, e anche di opinioni. Come affermava Pio XII, l’opinione pubblica è parte organica della Chiesa e senza di essa «qualcosa le farebbe difetto».

Il libro di Thellung non si astiene dal ricordare, accanto alle vittime di ieri della libertà di pensiero nella Chiesa, quelle cadute sotto la mano dura del Sillabo, come Antonio Rosmini, e poi sotto la persecuzione antimodernista, come il cardinale di Milano Andrea Carlo Ferrari. Vittime ieri, calunniate come sospetti eresiarchi e talune condannate, ma oggi nel catalogo dei beati. Anche la storia della Chiesa si nutre di ironia. Un segno di contraddizione drammatico appare il dissenso verificatosi sull’atteggiamento vaticano di fronte ai crimini del III Reich. Il fatto che la questione della necessità non solo morale ma anzitutto teologica di una denuncia pubblica dei crimini nazisti da parte della Chiesa fosse suscitata da alcuni cardinali e vescovi è un segnale inconfutabile che il metro morale di misurazione dello sterminio era ben vivo anche a quel tempo, fonte di inquietudine per alcuni, di scandalo per altri. In una lettera al vescovo di Osnabrück monsignor Wilhelm Berning, il coraggioso vescovo di Münster Clemens August Graf von  Galen - proclamato beato da Benedetto XVI – spiegava nell’agosto 1942 come il silenzio o la reticenza della Chiesa di fronte alla incessante violazione dei diritti fondamentali della personalità umana non potesse trovare giustificazione: «Se noi possiamo accettare queste cose senza una pubblica protesta – scriveva «il leone di Munster» - dove è mai dunque il punto nel quale diviene per noi un dovere di scendere in campo pubblicamente per la libertà della Chiesa e di mettere eventualmente in gioco la nostra libertà e la nostra vita?(...) Non riesco più a mettere in pace la mia coscienza con questi argomenti ‘ ex auctoritate’. Penso spesso a san Tommaso Moro e al suo comportamento riguardo all’argomento ‘ex auctoritate’. Mi vengono in mente i ‘canes muti, non valentes latrare’  di cu parla Isaia, che aggiunge subito dopo: ‘Ipsi pastores ignoraverunt intelligentiam’. Questo era possibile solo nel Vecchio Testamento?»

Non c’è dubbio che la Chiesa ha fatto soffrire i profeti che lo Spirito le ha inviato in ogni tempo, anche nel nostro tempo, per trarre il popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Thellung si guarda bene da glorificazioni che si tradurrebbero in annessioni partigiane probabilmente arbitrarie: mantenendo la coerenza con il suo postulato, egli non applica al dissenso un paradigma dialettico, ma un criterio inclusivo. E’ dichiarando il suo dissenso dai «profeti di sventura» che Giovanni XXIII dà il via al processo di riforma del Vaticano II: «Ma a noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti,quasi sovrastanti la fine del mondo. La buona Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani…». La sua straordinaria allocuzione inaugurale dell’11 ottobre 1962 è scandita su una sequenza di «ma» e di «tuttavia», a segnare una discontinuità dalle visioni precostituite. Senza quei «ma» non ci sarebbe stato l’evento principale della Chiesa nel XX secolo.

Questa visione delle differenze che fanno la multiversalità della Chiesa resta la chiave del suo avvenire, così come il ritorno alla Chiesa spirituale, che tralasci i vecchi demoni del clericalismo, è la condizione della sua indipendenza e libertà. Non cessa di ripeterlo Benedetto XVI, facendo proprio l’appello qualificante dei precursori della riforma conciliare. Ma per dire queste stesse cose alcuni teologi della prima metà del Novecento, come Congar, Chenu, De Lubac, Urs von Balthasar, dovettero subire l’esilio, per divenire poi maestri ufficiali nel Concilio Vaticano II. Nella Chiesa italiana i dirigenti della Gioventù Cattolica Carlo Carretto e Mario Vittorio Rossi dovettero abbandonare i loro incarichi per aver affermato convinzioni che oggi sono scritte a caratteri d’oro nell’enciclica di Papa Ratzinger su Dio Amore. E De Gasperi venne umiliato per non essersi piegato alle ingiunzioni del papa di costituire una coalizione di centrodestra e emettere un decreto di messa fuori legge del Partito Comunista. E una sorte non dissimile toccò a Jacques Maritain, del quale vorrei richiamare la testimonianza di dignità laicale di fronte agli inestingubili tic clericali dei cacciatori di eresie naturaliste e orizzontaliste, allorché scriveva indignato al futuro cardinale Charles Journet: «Questa attenzione servile all'opinione degli uni e degli altri, questa concezione della Chiesa come non so quale satrapia,ove il frullar di ciglia di un prelato o una parola delicata detta da un cardinale in un salotto esigerebbero l'appiattimento immediato; questa attitudine morale così contraria all'onore umano e allo spirito del Vangelo e a tutto ciò che essi insegnano dall'alto della loro cattedra,tutto questo  mi sembra così vergognoso che temo di lasciar trapelare il mio disgusto" (JOURNET-MARITAIN, Corréspondence,II,1930-1939,Paris-Fribourg 1999,pp.15-20). Anche sotto il lungo e molto mediatico pontificato di Giovanni Paolo II, il volume di Thellung recensisce un dissenso da procedure restauratrici, animato dalle voci di alcuni prelati cattolici molto autorevoli come i cardinali Pellegrino, Martini, Koenig, Eyt e Danneels, e altri, in particolare dell’arcivescovo di San Francisco mons. John Raphael Quinn nel 1996 con il suo libro sulla riforma del papato. Questo dissenso gerarchico auspicava per la fisiologia della vita ecclesiale l’abbandono di esibizionismi piazzaioli, fomite di culti popolatrici bizantineggianti e di pericolose concentrazioni lobbistiche di potere intorno alla figura abbagliante del solus pontifex, e piuttosto l’instaurazione di una pratica della sussidiarietà, larghe autonomie come quelle vigenti per i patriarcati e gli istituti sinodali nella Chiesa antica, un coraggioso processo di decentramento e lo sviluppo della collegialità episcopale nella formazione delle decisioni di maggiore importanza,secondo quello che era l'orientamento stabilito dal Concilio Vaticano II. Ma il libro ritiene anche alcuni aspetti del pontificato di Wojtyla nella prospettiva ermeneutica del dissenso, per esempio per la sua opposizione profetica alle guerre angloamericane del Golfo e per le decisioni favorevoli a introdurre nella Chiesa una consapevolezza penitenziale dei suoi errori storici. A confermare che non si dà profezia senza dolorose rotture,chiunque sia il soggetto ecclesiale che se ne assuma la responsabilità. Sembra meritevole di nuova riflessione che lo statuto del confronto abbia ottenuto piena cittadinanza nella costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen gentium.  Essa incita i pastori « a riconoscere e promuovere la dignità e responsabilità dei laici nella Chiesa» e « a servirsi volentieri del loro prudente consiglio e a lasciar loro libertà e campo di agire», anzi « ad incoraggiarli affinché intraprendano opere anche di propria iniziativa e a riconoscere loro quella giusta libertà che a tutti compete nella città terrestre». Le direttive del Concilio furono travasate nel nuovo Codice di Diritto Canonico pubblicato nel 1983 che riconosce nel canone 227 che "i fedeli laici hanno diritto a che sia loro riconosciuta nella realtà  della città terrena la libertà che compete a tutti i cittadini». Il canone 119 richiama il criterio primitivo che «ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti» e riconosce il diritto fondamentale dei fedeli di essere consultati sulla vita della Chiesa e sulla nomina dei responsabili. Ammette anche il diritto di libera opinione e di critica dentro la Chiesa. e contempla garanzie per l’esercizio del «diritto di coscienza», per proteggere il quale l’ordinamento già prima aveva predisposto adeguati meccanismi istituzionali.

          Nel commentare tali acquisizioni giuridiche, il professor Giuseppe Dalla Torre sottolineava che l'autonomia dei laici nei confronti dell'autorità ecclesiale  "non è solo un diritto dei laici in tutto ciò che risulta opinabile nell'ordine temporale (opzioni politiche, economiche, sociali, ecc.) ma è anche un diritto al rispetto delle proprie scelte da valersi nei confronti degli altri cristiani che professino opinioni diverse ed abbiano eventualmente effettuato scelte temporali differenti. E' un diritto che si ricollega in sostanza al diritto generale dell'opinione pubblica nella Chiesa (canone 212), nonché al diritto di iniziativa secondo lo stato e la condizione di ciascuno (canone 216). Rispetto a tale diritto dei laici all'autonomia, che implica la loro personale responsabilità per funzioni che l'ordinamento canonico riconosce loro proprie ed esclusive, vi è un dovere preciso dell'autorità ecclesiastica ad astenersi da ogni forma di intervento nell'ordine temporale, che si configuri come violazione delle libertà laicali ed abuso delle funzioni clericali, dando luogo a nuove forme di clericalismo»(Giuseppe .Dalla Torre,"I fedeli e il magistero",in AA. VV.,I cattolici e la società  pluralista,Edizioni Studi Domenicani,1996,pp. 216 ss). Questi e simili avanzamenti dottrinali nell’ordine della Chiesa di comunione hanno indubbiamente  aggravato la sorpresa di molti settori della Chiesa per la sopravvivenza malgrado tutto di alcune tendenze istituzionali  miranti a sottrarre la verità religiosa alla critica della ragione,a minimizzare la distinzione tra interventi infallibili e interventi fallibili del pontefice e a considerare la volontà di stabilire chiaramente tale distinzione come una mancanza di rispetto e un segno di debolezza nella fede. L’autore si rammarica nel constatare che, come nel funesto periodo della repressione antimodernista negli anni di Pio X,la linea di pensiero prevalente seguita dall’autorità vaticana negli ultimi decenni ha portato a ritenere verosimile,anzi benefica l’idea che l'ortodossia sarebbe tanto meglio assicurata quanto più la libertà fosse limitata; che il dovere della cultura cattolica fosse di funzionare in apologetica identitaria, se non integralistica, come dimostravano sfortunatamente le dolorose vicende del trattamento inflitto in Italia a personalità laiche cristiane della statura di Giuseppe Lazzati e Pietro Prini e la cappa di conformismo calata su riviste cattoliche di informazione, sull’informazione religiosa e sulle cattedre di teologia.

Infine,vorrei richiamare la vostra attenzione sul nodo in cui si implicano strettamente con il dissenso responsabile il ruolo della coscienza credente e la questione della democrazia nella Chiesa. A ragione Thellung moltiplica gli avvertimenti a non strumentalizzare il primato della coscienza come un facile abile e qualsiasi arbitrario capriccio soggettivo, o carismaticismo, incurante delle dinamiche comunitarie proprie della Chiesa. Nella seconda parte del volume, intitolata «dissentire oggi», si affrontano alcune tematiche critiche sul quale il dissenso è interpellato, quali la pena di morte, le questioni bioetiche, il rapporto tra legge morale della Chiesa e legislazioni civili. Ciò che ritorna con frequenza nell’analisi di questi fronti sensibili è la difficoltà ancora presente nella Chiesa sulla questione della democrazia al suo interno. L’autore manifesta il suo accordo sul fatto che la comunità ecclesiale non potrebbe essere assimilata a una società politica. Essa si autocomprende come comunità di salvezza e di grazia. Essa si presenta e si vuole dunque su un piano diverso e ben più elevato di quello sociologico. Sotto questo aspetto, la democrazia come struttura e come regola di legge non è applicabile alla Chiesa, come non le è applicabile l'aristocrazia, l'oligarchia, l'anarchia, concetti e statuti estranei a questo unicum istituzionale che è la Chiesa "popolo di Dio", comunità dei credenti in Cristo. Per questo né la democrazia né la monarchia potrebbe essere un regime storicamente adeguato a definirla. Eppure non occorre alcuna fatica per ammettere che in realtà è la monarchia assoluta il modello che ancora detta legge nei suoi rapporti sociali interni. Parrebbe di poter concludere che se è giustificato dire che la Chiesa «non è una democrazia», non lo sarebbe meno dire che essa «non è una monarchia». Eppure lo è. In ogni caso, parrebbe ancora più giustificato dire che «la Chiesa è più di una democrazia, ma non meno», come essa «è più di una monarchia», anche se la monarchia regola la sua convivenza interna. In ogni caso nessun regime sociale potrebbe esaurire la sua struttura sacramentale.

Si osserva però che una apertura pratica a forme democratiche potrebbe rendere maggiormente credibili le ripetute proclamazioni pontificie dei diritti umani e dei diritti dei popoli contro l'assolutismo politico ed economico, mentre, lasciando marcire una situazione strutturale interna già resa critica dall’involuzione ecclesiologica e dall’asfissia di comunicazioni orizzontali, la Chiesa presterebbe facilmente il fianco alla critica di fomentare la mentalità di massa, il gregarismo e di inclinare verso le dittature. La democrazia è indivisibile. La Chiesa ha avuto un ruolo attivo, con la sua resistenza, nel minare i regimi comunisti in Europa. Ora l’efficacia dell’azione educativa della Chiesa potrebbe non essere da meno per arginare l’espansione di più sottili processi di colonizzazione delle anime e omologazione totalitaria sull’assolutismo del mercato che vanno espandendosi potentemente nelle società moderne in globalizzazione. Ma indubbiamente essa avrebbe tutto da guadagnare se alle sue spalle l’intero popolo cristiano accompagnasse la sua opera a servizio di una autentica democrazia e dei suoi indispensabili riferimenti all’ordine etico con una coerente pratica partecipativa nei luoghi decisionali della comunità ecclesiale.

Gli argomenti proposti da Thellung per giustificare il valore anche civile del dissenso ecclesiale responsabile sembrano degni della massima considerazione.  Dilatando sistemi di eterodirezione nel gregge dei fedeli e favorendo il conformismo, la Chiesa finirebbe per allargare il solco con la cultura contemporanea, riaprendo steccati obsoleti fra fede e storia e arroccandosi in una propria pretesa di autosufficienza. Dopo le direttive conciliari sulla libertà religiosa, è tuttavia maturata anche nella preoccupazione del magistero pontificio una nuova considerazione della centralità della coscienza nell’ordine della fede così come nell’ordine politico. E’ la formazione delle coscienze la risorsa su cui Benedetto XVI ha esortato a far leva per rifare i cristiani, rifarli dall’interno. La coscienza adulta e formata dei laici è stata riconosciuta come l’istanza finale per le decisioni sulla mediazione tra principi morali inviolabili e il terreno concreto degli interventi legislativi possibili in una società pluralista. D’altra parte il primato della coscienza ha ispirato le direttive delle encicliche di Giovanni Paolo II che raccomandavano l’obiezione di coscienza al personale medico e paramedico per non collaborare all’esecuzione di interruzioni della gravidanza. E’ normale attendersi che il dissenso ecclesiale investa ora sull’impegno della Chiesa intera per radicare anche una cultura dell’obiezione di coscienza alla guerra,tanto più se cerca di abusare della religione per giustificarsi, e per uscire una volta per sempre dall’ideologia della «guerra giusta». L’abolizione dei cappellani e vescovi militari appare del tutto pertinente a questo programma, non meno che il rifiuto della teoria contrattualistica della reciprocità nei rapporti con le altre religioni e l’abolizione dei reati di pensiero e di opinione nella Chiesa, restando ferma la prerogativa del magistero di vegliare alla custodia integra del depositum fidei. In effetti, non occorre spendere molte parole per convincerci che solo una formidabile mobilitazione delle coscienze, credenti e non credenti, potrebbe opporre una reale e generale dissidenza al dominio del «pensiero unico» e al flagello del soggettivismo propagato dalle nuove dottrine del neoliberalismo esasperato, disintegratore e corruttore delle ragioni profonde della convivenza civile. Questa sfida implica una speciale responsabilità per i cristiani oggi.

Per concludere, vorrei raccontarvi ciò che mi è capitato in un viaggio recente a Ferrara. Mi sono fermato sotto la statua di Girolamo Savoranola, un altro profeta mandato al rogo e oggi candidato agli altari, collocata accanto al castello. E ho preso nota dell’iscrizione nel piedistallo che dice: « A Girolamo Savonarola/ in tempi corrotti e servili/ dei vizi e dei tiranni/ fustigatore».  E ho fatto anch’io, come Antonio Thellung, un sogno. Ho sognato che se la Chiesa allargasse il suo spazio alla pratica delle pluralità,dell’ospitalità delle differenze e della formazione partecipata delle decisioni; se evitasse le centralizzazioni superflue; se combattesse le tendenze ad un ossequio esteriore e i rapporti impersonali,basati unicamente sull’obbedienza giuridica e sul gregarismo delle servitù volontarie; se rivedesse modelli e infrastrutture funzionanti in modo autoritario; se educasse i soggetti a una partecipazione responsabile; se favorisse le relazioni spontanee, l’indipendenza di giudizio e la libertà di dissenso; se lasciasse aria bastante alla responsabilità dei cristiani, senza imporre alle loro coscienze pesi oltre il necessario; se infine sostenesse lo sviluppo al suo interno di una cultura dell’insanabile dualismo cristiano tra Dio e Cesare, certamente non si potrebbe dubitare che la Chiesa saprebbe contribuire più validamente di quanto già le riesca oggi allo sviluppo dello spirito democratico e del coraggio del futuro anche nel popolo cristiano, tanto più in un’ora di derive in senso illiberale dei sistemi democratici in Occidente, in tempi che ancora sono «corrotti e servili» come quelli di Savonarola e che hanno bisogno non solo di fustigatori di vizi e tirannie, ma anzitutto di uomini e donne capaci di dissenso responsabile dai falsi culti imperiali vigenti.

Intervento di Gigi De Paoli

È difficile, dopo questo quadro che si conclude con un sogno, ritornare con i piedi per terra. Ora chiediamo a Padre Alberto Simoni, domenicano, di portarci all’interno del discorso teologico che attraversa tutto il libro di Antonio Thellung, che non è teologo di professione, ma è un lettore attento alle dinamiche religiose, mistiche, e anche ideologiche, intrecciate in questa storia del Cristianesimo e del dissenso nella Chiesa.

Relazione di Alberto Bruno Simoni o.p.

Voglio dire prima di tutto che il mio incontro con Antonio è nato grazie ad una mia recensione di un suo libro di qualche anno fa: Con la Chiesa oltre la Chiesa, e poi questo incontro è diventato amicizia e vicinanza. Quando mi è stato chiesto di partecipare a questa presentazione naturalmente ho detto di si, anche perché in tutti questi anni ho sempre pensato che fosse necessaria una riflessione critica sul fenomeno del dissenso in generale, quindi c’è da essere grati ad Antonio per aver dato un input per questa riflessione.

Da dove e come nasce questo libro? Di fronte a una delle tragedie che scandiscono la nostra vita c'è la sfida di un amico agnostico ad un credente: «Ma tu? La tua fede non ti indica più la via della speranza?». È così che Antonio raccoglie la provocazione e decide di fare la sua parte per una fede più credibile. In questione,dunque, c'è la fede!

Che questa possa essere la prospettiva di fondo e la chiave di lettura del libro, sembra confermato da una lunga citazione autorevole che Antonio fa a p. 22: «Abbiamo molto da imparare, Siamo troppo interessati a noi stessi, alle questioni strutturali, al celibato, all’ordinazione delle donne, ai concili pastorali, ai diritti  di questi concili e dei sinodi. Lavoriamo sempre sui nostri problemi interni e non ci rendiamo conto che il mondo ha bisogno di risposte... E noi rimaniamo con i nostri problemi. Sono convinto che, se usciamo e incontriamo gli altri e presentiamo loro il Vangelo in modo appropriato, anche i nostri problemi interni saranno relativizzati». Sono parole del card  J.Ratzinger, a cui però si potrebbe chiedere se uscire da se stessi, incontrare gli altri e presentare il Vangelo in maniera appropriata vuol dire assegnare alla Chiesa un ruolo di supplenza socio-etica per l’unificazione del Paese!

Questo è il contesto in cui si colloca il libro di Antonio, il quale si chiede subito: «Sarà possibile rivitalizzare la fede senza scadere nell’integralismo?» (p. 13). Il libro è un viaggio intorno al «dissenso», non in chiave storica e neanche teologica, ma come memoria, testimonianza e proposta, a sfondo prevalentemente ecclesiale. È una esplorazione, in cui il dissenso è il punto di riferimento polisemantico, intorno a cui si sviluppano cerchi concentrici: si parte dalla storia dei primi tempi della Chiesa, per restringersi al periodo conciliare e post-conciliare, e focalizzarsi infine sulle conflittualità presenti oggi. Si potrebbe dire che il discorso di Antonio Thellung è una variazione sul tema della disobbedienza, fino a far intendere che sia una virtù e parlare di  una «educazione al dissenso» (p.169).

Non siamo davanti ad una teorizzazione, ma a qualcosa di vissuto dentro un quadro di relazioni e di situazioni, da cui però si può far emergere l’impianto e prendere spunto per riattivare una dimensione inevitabile della convivenza umana ed ecclesiale, quella appunto del dissenso nelle sue varie accezioni: di divergenza, mancanza di accordo o disapprovazione, pluralismo. In realtà, Antonio presenta tutte queste sfumature, nell’unico intento di trovare uno sbocco ed una via di soluzione,  là dove penserebbe di poter innestare un confronto e un dialogo tra vertici e base. Infatti: «Come può esserci autentica comunione ecclesiale se manca la possibilità di scambiarsi francamente le opinioni?» (p. 15). E’ qui la dinamica interna del libro

Quando sembrava chiusa l’epoca delle scomuniche, siamo costretti a chiederci con Antonio: «In quest’epoca di guerre globali che travalicano ogni confine, ponendo tutti contro tutti, è forse utopia sperare che possa almeno cessare la guerra civile tra cattolici?» (p.23). E la sua risposta è perentoria: «Da parte mia non potrei mai rinunciare alla speranza, perciò amo sognare una Chiesa dove le pluralità di opinioni possano essere utilizzate, attraverso confronti creativi, come prezioso strumento di verifica, dialogo e incontro, nel nome di Gesù Cristo» (p. 34).

1 - Dissenso in generale

Il cerchio più ampio da cui il Thellung prende le mosse è quello della storia del cristianesimo fin dalle origini, secondo una scansione del periodo apostolico; il tempo della Patristica e dei primi concili per la formulazione del Credo; il Medioevo, con un ad Abelardo e dintorni;  per passare poi al conflitto tra Oriente e Occidente e infine alla stagione della Riforma.

Tutto un quadro in cui la pluralità di posizioni nella formulazione ed enunciazione della fede assume terminologie diverse: eresia, scisma... Come per dire che la diversità, la conflittualità, il dissenso in senso generale attraversano tutta la storia della Chiesa e sono in qualche modo fisiologici al cammino della fede nel mondo. Le controversie e lotte teologiche del passato suscitano un po’ di nostalgia: se anche oggi ci fosse un pensiero teologico come «quaestio disputata» e non solo come «lectio» o «lectio divina», la fede della Chiesa non ne guadagnerebbe in respiro e in vitalità?

Sta di fatto che, come si legge alle pp. 54-55: «Siamo ormai nel Novecento, i concetti di ortodossia ed eresia cambiano perché nessuno crede più ‘alla lettera’, e nasce la consapevolezza che le stesse parole siano sovente interpretate in modo differente anche da persone dello stesso ambiente <...> Parlare di eresia appare oggi piuttosto evanescente perché l’ortodossia non è più così certa, e l’autorità religiosa viene contestata e ritenuta non più credibile quando tenta di sostituirsi alle coscienze. Le sue affermazioni vengono messe in evidenza, discusse e strumentalizzate finché riguardano argomenti socio-politici. Quando invece riguardano la morale e le norme di comportamento, l’opinione pubblica tende a considerarle curiosità di nicchia, che interessano solo gli addetti al lavoro. La migliore dimostrazione di quanto  valga il pluralismo sta nel fatto che ormai la fede in Gesù Cristo appare sempre più svincolata da dottrine e dogmi» (pp.54-55).

È importante notare che nel tempo le denominazioni delle devianze cambiano e sappiamo come ai nostri giorni alla nozione di ortodossia formale, si è preferita quella di ortoprassi come baricentro di una fede vissuta.

2 - Dissenso specifico

E qui veniamo alla seconda zona di analisi, quella che potrebbe andare sotto il nome di rivoluzione copernicana, fine dell’era costantiniana o della cristianità: e cioè il Concilio Vaticano II, su cui Antonio si sofferma in tre capitoletti: «Dal concilio alla restaurazione», «Un centralismo accentuato», «Contestazioni da destra». Il Concilio stesso si pone come la nuova posta in gioco o pomo della discordia: da una parte risolve tensioni  e divergenze teologiche che erano andate maturando nel primo novecento, dall’altra si pone come nuovo «segno di contraddizione.

È innegabile che l’evento conciliare ha prodotto una abbondanza di orientamenti, di interpretazioni, di opinioni, di prese di posizione, di scelte tutte periferiche, che, invece di essere state metabolizzate, sono state motivo di rigetto, o al più di assorbimento e di assimilazione da parte della struttura e del sistema centrale, ma sempre nel segno della omogeneità. Al punto tale che stiamo assistendo al trionfo - anche se in sordina -  del centralismo accentuato e della contestazione da destra.

Ma mentre un «dissenso» innovativo ed evolutivo viene sanzionato proprio in quanto dissenso e basta, a prescindere dal merito; prese di posizione conservatrici, ma di  rottura, sono avallate per presunta conformità alla tradizione. Le parole citate sopra ci dicono che il dissenso si sviluppa riguardo ad argomenti socio-politici, a questioni etiche e di comportamento, mentre rimane in secondo piano  il fatto che ormai la fede in Gesù Cristo appare sempre più svincolata da dottrine e dogmi: c’è qui  una possibile chiave di interpretazione delle ragioni e della natura del dissenso. Nel senso che il Concilio è stato voluto e proclamato con un preciso intento di «aggiornamento» globale, mentre strada facendo ha preso un’altra piega, o meglio c’è stato un ripiegamento involutivo che ha riportato le cose al suo punto di partenza: in sostanza all’ ecclesiocentrismo.

È stato voluto perché «dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa...  lo spirito cristiano» facesse «un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze... secondo le forme del pensiero moderno»;  «essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando più ampiamente la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne». Di qui la volontà di «usare la medicina della misericordia piuttosto che l’arma della severità». È il senso pastorale del Concilio, chiamato ad un ripensamento teologico di tutto il messaggio evangelico e della fede della Chiesa come suo strumento e segno. Un compito epocale che abbiamo creduto di consumare in breve tempo, ma che rimane più che mai aperto.

Per cui siamo tornati sui nostri passi a discutere di questo o quel punto della dottrina fondamentale della Chiesa, prevalentemente a finalità politica o etica, perdendo l’orizzonte comune: tutto si gioca nel dettaglio in maniera esclusiva e con le armi della facile condanna.  Se si va a guardare, il dissenso come categoria storica si sviluppa nell’ambito di scelte socio-politiche o nell’area di problematiche morali, lasciando sullo sfondo l’istanza di una riforma globale della Chiesa, o perché non voluta dai più o perché abbandonata da rinunciatari delusi. Di qui lo scontro su altri piani, attraverso una polarizzazione politica o etica, campi in cui il pluralismo sarebbe d’obbligo.

Il rimpianto Mario Cuminetti osserva: «Si deve dire che nel dissenso italiano più che l’esigenza di una riflessione teologica è centrale la preoccupazione dell’azione, dell’intervento diretto, della militanza. È da un lato una debolezza, ma dall’altro anche una forza. In Italia, per essere concreto, non nasce, come in Germania, una teologia politica o, come in America Latina, una teologia della liberazione, ma tutta l’esperienza della CdB e, per altro verso , dei CpS, come, sotto altri aspetti ancora, di tutta la vasta area critica, è una testimonianza della comprensione della ‘politicità’ della fede» (Il dissenso cattolico in Italia, pp. 28-29).  Un’arma a doppio taglio?

Questa istanza di rinnovamento globale è condivisa da Paolo VI, che all’udienza generale del 15 gennaio del ’69, dice a proposito della contestazione montante: «Non saremo noi a contestare del tutto questa contestazione. Questo bisogno di rinnovamento, che per tante ragioni e in certe forme è legittimo e doveroso. Certo: est modus in rebus, una certa misura si impone. Ma il bisogno è reale.... Che il Concilio abbia avuto ed abbia tuttora come suo fine generale un rinnovamento di tutta la Chiesa e di tutta l’attività umana, anche nella sfera profana, è verità che traspare da ogni documento e dal fatto stesso del Concilio medesimo; ed è appunto opportuna la domanda se noi abbiamo bene riflettuto su questo scopo principale del grande avvenimento. Anch’esso si inscrive nella grande linea del movimento trasformatore moderno, del dinamismo proprio del nostro periodo storico. Anch’esso tende a produrre un rinnovamento. Ma quale rinnovamento?» (p.48).

Noi siamo oggi gli eredi di queste tensioni irrisolte ed è un po’ come se volessimo costruire sulle macerie. A questo periodo di ebollizione si fa riferimento nel nostro libro, quando Antonio scrive: «Trent’anni or sono, nel periodo della fioritura postconciliare, il dissenso era rigoglioso, e infatti la ricerca di rinnovamento si articolava in numerose pubblicazioni di frontiera, mentre nascevano nuove forme di comunità ricche d’inventiva. Ma tutto o quasi è stato scoraggiato o represso, e oggi prevale  un silenzio che maschera atteggiamenti individualistici, i quali sono quanto di più lontano dall’insegnamento di Cristo. C’è stato insomma un itinerario che si potrebbe definire: dal dissenso al silenzio. Oggi molti pensano che non valga più la pena di protestare, perché hanno perso la speranza di ottenere risultati» (p. 169)

3 - Dissentire oggi: come uscire dal silenzio?

È così che il cerchio si restringe e veniamo al «dissentire oggi». Inevitabilmente, per la forza delle cose,  sono in primo piano temi settoriali, quali la pena di morte, la vita coniugale, questioni di coscienza, e sappiamo bene a quali problemi e pronunciamenti ci si riferisce. Ma alla fine tutto si concentra di nuovo su questioni di fondo: ma quale Dio e quale Chiesa nel futuro?

È bene ricordare che contestazione e dissenso erano sintomi di una crisi più profonda: quella della fede (Dio è morto!), quella della Chiesa, della sua autorità e infallibilità; crisi soltanto dissimulata anziché risolta. Non basta infatti ripristinare modelli ed universi religiosi del passato, e  «resta da chiedersi quale volto di Dio mostra questa Chiesa», come si legge  a p. 158. Un «Dio inclusivo», come amava esprimersi Giuseppe Barbaglio, o un «Dio esclusivo»?

Quali che siano le posizioni sui singoli problemi sul tappeto oggi, questa istanza rimane aperta ed è a carico di tutti quelli che se ne fanno carico. Ed ecco l’auspicio del nostro Antonio: «Dalla libertà di esprimersi e dall’accoglienza affettuosa e costruttiva del dissenso possono nascere atteggiamenti nuovi, capaci di far finalmente emergere e riversare su tutti lo spirito di Gesù Cristo, che ha fondato la Chiesa come luogo di incontro e di condivisione fraterna, come struttura permanente di consultazione e confronto, come spazio aperto ove potersi mettere in discussione, contestarsi l’un l’altro, costringersi ad approfondire sempre più il senso della fede e della vita, con affettuoso aiuto reciproco» (pp.182-183). E più avanti: «La Chiesa può ancora fare la sua parte, ma solo se saprà rinnovarsi. Personalmente sono convinto che un affettuoso dissenso, espresso, accolto, discusso  e confrontato con benevola attenzione, sia l’unica realtà capace di aprirsi al soffio rinnovatore dello Spirito» (p.191).

Antonio ripropone spesso il modello-famiglia, in una sorta di convivialità delle differenze, in cui trombe e campane suonino all’unisono, dove ci sia la disponibilità di tutti a rimettersi in discussione e trovare il punto di incontro e di accoglienza. Se il dissenso potesse portare a tanto, «felice dissenso!». Ma non sempre - o quasi mai - è così, ed è estremamente difficile che il dissenso venga condiviso. Condannarlo o rinunciarci allora? O continuare a farne l’elogio e a viverlo? Io direi senz’altro di sì, ma la risposta è impegnativa al massimo: perché si tratta di tener fede al proprio carisma, ma di radicarsi al tempo stesso nel terreno del bene comune di cui farsi carico.

Conclusione

Antonio dice di «terminare senza concludere»: in effetti siamo in presenza di un processo storico e da mantenere aperto o disincagliare. Ma come? È quanto mi ha portato a chiedere e pensare la lettura dell’»Elogio del dissenso». Ed è  quanto mi permetto di proporre alla riflessione comune: una specie di codice o di decalogo del dissenso.

1 - Il dissenso si inscrive nell’assenso della fede comune: c’è il «deposito della fede» (o fides quae) e c’è la fede vissuta della Chiesa (fides qua o sensus fidei). Il dissenso non è relativo ai contenuti della rivelazione, ma interessa le formulazioni o traduzioni pratiche diverse dove è prevista una dialettica del consenso.  Ricordiamo come Paolo fa resistenza a Pietro!

2 - Il dissenso non sarà mai parziale o settoriale su questo o quel punto di dottrina o di prassi (non è eresia), ma si fa carico del tutto e del rinnovamento globale: non solo degli otri o solo del vino, ma del vino e degli otri (del pensiero e della prassi, dello spirito e della lettera, delle strutture e del carisma...).

3 - Il dissenso è un carisma da accogliere e da vivere in ordine al carisma più grande che è la carità.  Rifarsi al principio-carità non vuol dire conformismo, ma prevedere il massimo pluralismo; non vuol dire assolutizzare una qualche forma di chiesa, ma relativizzarle tutte; non vuol dire sentirsi arrivati, ma vivere in piena tensione escatologica.

4 - Il dissenso non è arbitrio o tradimento, ma frutto di fedeltà più profonda e matura: è vocazione, spiritualità, prassi messianica o profetica che coinvolge totalmente spirito, anima e corpo; e se il vangelo non cambia, siamo noi che cambiamo e dobbiamo comprenderlo sempre meglio e diversamente.

5 - In quanto prassi messianica («è stato detto, ma io vi dico!»), il dissenso va vissuto nel massimo della discrezione (il segreto messianico), ma anche della determinazione e della fermezza: con la semplicità dei colombi e con l’avvedutezza dei serpenti, non muro contro muro, ma sana provocazione: se ho detto male dimostramelo, ma se ho detto bene perché mi schiaffeggi?

6 - Il dissenso non è mai una bandiera o un fenomeno di gruppo, così come non lo è la comunione ecclesiale: è solidarietà di coscienze vive ed attive, perché il sabato sia per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Il dissenso esclude sia lo schieramento che l’allineamento.

7 - Il dissenso è una scommessa o sfida per cui spendere e spendersi, ricordando che solo chi perde la propria vita la guadagnerà. E questo è quanto mai vitale oggi, quando prevale una volontà di egemonia e di vittoria.

8 - Sul piano istituzionale, il dissenso non deve temere chi può uccidere il corpo, ma ciò che spegne l’anima: pronto a cedere la tunica a chi chiede il mantello, nel caso appunto ci sia disponibilità al confronto e al dialogo.

9 - Quando non c’è nessuna volontà di ascolto e disponibilità al dialogo, è necessario non cadere nella logica di contrapposizione di parte a parte. Uscendo dall’ordine di giurisdizionale e di potere, è sempre possibile muoversi nell’ordine sacramentale della gratuità. Ricordiamo Paolo quanto dice: «Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro» (2Cor 11,22).

10 - Il dissenso ha come prezzo la solitudine istituzionale, che va accettata e vissuta in solidarietà con quanti non rientrano nei quadri ufficiali e negli spazi di visibilità, siano essi gentili, barbari, non credenti, non praticanti, quanti non hanno altro titolo di appartenenza al di fuori della chiamata alla fede e all battesimo. Se il problema vero della chiesa è una nuova soggettività del Popolo di Dio, questa non può essere data che da nuovi soggetti storici. Cosa vuol dire diversamente «Chiesa dei poveri»?

Vorrei dire, in conclusione, che questo tipo di dissenso si incarna per noi in don Lorenzo Milani, dato alla Chiesa perché il suo carisma venga riconosciuto, raccolto e testimoniato anche ai nostri giorni. Anche per questo c’è da essere grati ad Antonio di aver sollevato un velo su una risorsa - quella del dissenso - che rischia di rimanere nascosta come un tabù da evitare.

Intervento di Gigi De Paoli

Le provocazioni che abbiamo ricevuto sono tali e tante che sarà difficile contenere gli interventi e le obiezioni dei presenti. Il tempo è poco, abbiamo 20 minuti a disposizione per fare le vostre domande attinenti al tema, poi ci saranno 10 minuti per le risposte e le considerazioni dell'autore.

Intervento di Paolo Zorutti

Per citare una frase di Antonio che mi è piaciuta molto: «andare d'accordo è litigare tenendosi per mano», il primo comandamento del decalogo del dissenso è dissentire con amorevole gentilezza, comunicando le proprie obiezioni a chi, molto spesso, sta peggio di noi. Anche se talvolta non lo sa.

Intervento di Gianni Gennari

Con Antonio siamo amici da 30 anni, nei quali credo di avergli dato 30 anni di esempi di dissenso: 20 anni buono, 10 anni cattivo direbbe forse qualcuno, ma queste sono opinioni. Ritengo questo discorso dell'affettuoso sia molto importante: quello che conta sono i limiti del dissenso, come anche i limiti del consenso.

Credo che non c’è mai stato nulla di così pesante nella Chiesa come l’esasperazione sia dell’infallibilità che della fallibilità, che sono tutte e due, direi, verità: una di fede e l'altra di evidenza. Che la Chiesa abbia commesso tanti errori nel corso della storia è una cosa talmente evidente che il 9 marzo 2000 ne ha reso confessione pubblica Papa Giovanni Paolo II. Allora il problema vero è riuscire a capire dove e quando il consenso è necessario per far camminare la Chiesa e come e quando il consenso diventa un’esasperazione di differenze all’interno che minano la realtà della Chiesa.

Io ho sotto gli occhi un testo molto importante, ve lo leggo: «Sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali nella misura in cui manca ad essi la copertura della scrittura e del Credo nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l'unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti; là non è possibile una decisione impregnante e vincolante se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità». Questa è una citazione di Ratzinger.

Io ritengo che noi dobbiamo usufruire di questo discorso, avendo però chiaro il senso del limite nostro e anche della struttura istituzionale. Io sono talmente vecchio che ricordo i tempi in cui dalla cattedra della Pontificia Università Lateranense il Rettore Magnifico, davanti a centinaia di persone, diceva che Paolo VI era eretico (e qui c’è qualcuno che lo ricorda bene) perché Paolo VI aveva detto che la Chiesa è insieme Santa e peccatrice. Ereticus!

Voglio dirti, Antonio, che nel tuo libro mi piaci di meno quando ti sei fidato troppo dei giornali, e quando entri nelle polemiche spicciole mi piaci di meno, ad ogni modo voglio ricordare una cosa: quando, nel dicembre del 1960, Papa Giovanni venne nel seminario dove stavo studiando, ci disse: «venni qui dopo la mia prima messa e mi faceva da prete assistente il povero Don Ernesto». Io, che ero ingenuo, dopo andai dal Rettore e gli chiesi: «Scusi, chi era il povero Don Ernesto?» e il Rettore diventò tutto rosso e disse: «È meglio che non lo sai!» Era Ernesto Bonaiuti (accusato a suo tempo di modernismo). Ora io credo che sia estremamente importante questo discorso dell’affettuosità del dissenso e del consenso tenendo chiari i limiti dell’uno e dell’altro. Niente ha fatto male alla Chiesa come aver preso per infallibili le cose fallibili (per esempio l'enciclica Humanae Vitae che Paolo VI aveva esplicitamente detto che non era infallibile). Io sono convinto che la dottrina della Chiesa sulla sessualità è ancora da cambiare. Ci sono dei punti sui quali è assolutamente in ritardo, e cambierà come è già cambiata in passato, fino al 1951 l'Ogino Knaus era considerato peccato mortale. I frutti del consenso e del dissenso vanno considerati giorno per giorno. In questo la diagnosi quasi mortale che ha fatto all’inizio Gigi De Paoli sulla Chiesa non mi è piaciuta. La Chiesa campa indipendentemente da noi, sia dal consenso che dal dissenso, perché la regge qualcuno che è molto più importante.

Intervento di Antonio Thellung

Potrei cavarmela dicendo che dissento da tutto quello che è stato detto, ma ovviamente sarebbe una battuta. Devo invece confessare che mi sento molto intimodito. Pensavo di aver fatto un lavoretto modesto per dare un piccolo contributo al dialogo e alla comunione ecclesiale, e non immaginavo di suscitare analisi così approfondite e ponderose. Mi sembra quasi che stiano nascendo echi oltre il previsto e mi sento piccolo piccolo, e un po' spaventato. Da parte mia avevo semplicemente voluto dire che il dissenso esiste comunque, e non lo si può eliminare, e sottolineare inoltre che la pluralità della Chiesa esiste a tutti i livelli. A dimostrazione voglio citare un piccolo esempio: a seguito di questo libro abbiamo ricavuto diverse lettere di commento. Ne cito due, di due parroci che non conosco. L'uno ha scritto: «dopo aver cestinato la vostra lettera vi scrivo per dirvi che dissento totalmente da voi. Non mandatemi più le vostre lettere o pubblicazioni. Io sono sempre col Papa. Avete capito?». L'altro ha scritto: «Complimenti… il libro è stupendo. Particolarmente riuscito e convincente il capitolo sulla pena di morte. Grazie, Antonio carissimo, a quando il prossimo volumetto?». Vorrei aggiungere che sono entrambe gradite, perché sono due reazioni diverse che confermano la presenza di un pluralismo a tutti i livelli, e il valore del dissenso.

Quel che tengo a dire è che trovo ingiustificato vedere e trattare il dissenso come un nemico, come sovente viene fatto, perché il dissenso è un grande amico, è la sentinella delle coscienze, perché senza il dissenso rischiamo di addormentarci nel conformismo, col rischio di scivolare in drammatiche deviazioni come la nostra storia dimostra abbondantemente. In particolare, poi, vorrei mettere accanto le parole dissenso e comunione ecclesiale, che sovente vengono visti come due atteggiamenti in contrasto fra loro, mentre non è affatto così, perché il dissenso coinvolge la sfera razionale, mentre la comunione coinvolge i cuori (ma nient'affatto in maniera sentimentalistica). È possibile consentire su qualche principio di fondo e non essere affatto in comunione. Per fare un esempio paradossale, potrei consentire con qualcuno sul valore della legge del più forte, e immediatamente sparargli addosso per dimostrare che il più forte sono io. Mentre l'esempio che più mi è caro è quello delle dinamiche familiari. Nelle famiglie ci sono spesso disaccordi e dissensi, talvolta anche aspri e conflittuali, ma se non so mette in discussione la coesione familiare, s resta chiaro che si continua comunque a camminare insieme, allora i conflitti diventano, appunto, un litigare tenendosi per mano. Perché anche il conflitto può essere talvolta salutare, purché non si scada nelle contrapposizione che divide finendo per mandare l'uno da una parte e l'altro dall'altra, rompendo così ogni comunione.

Vorrei terminare dicendo che secondo me la più grande tragedia del cristianesimo sta nella parola scomunica, che significa appunto rompere la comunione. Basta riflettervi per capire che senza dichiarazione di scomunica non sarebbe stato possibile infierire, seviziare, bruciare, uccidere, tutti quelli che sono stati trattati con tali crudeltà in nome di Cristo. Basta ricordare che il Catechismo e l'enciclica Evangelium Vitae dicono che il comandamento non uccidere ha valore assoluto nei confronti di chi è innocente per capire che lo scomunicato è da considerare comunque colpevole, e quindi è lecito infierire su di lui. Credo fermamente che la parola scomunica andrebbe cancellata per sempre dal vocabolario cristiano ed ecclesiastico. Purtroppo è una parola che ancora oggi rispunta e viene utilizzata più o meno a proposito. Se la eliminassimo, se eliminassimo il concetto di scomunica, allora il dissenso potrebbe essere visto e accolto come qualcosa che ci rimentte in discussione ma non ci divide. Io spero in questo, credo in questo, e cerco nel mio piccolo di fare quello che posso per promuovere un clima di questo tipo. Grazie.

Intervento di Giovanni Cereti

Proprio in riferimento alla comunione e alla scomunica, un testo spesso dimenticato è quello del compianto Padre Congar: Vera e falsa riforma della Chiesa. La riforma nella Chiesa si attua anche quando ci sono delle minoranze profetiche che portano avanti istanze nuove, ma qualsiasi riforma deve essere attuata senza rompere la comunione. In termini teologici questo investe il tema della affettuosità. La Chiesa è una comunione dove coesistono molte diversità. In questa comu7nione possono esserci anche dei conflitti, perché è anche attraverso il conflitto che si progredisce. L'importante è salvaguardare sempre la comunione ecclesiale.

Replica di Giancarlo Zizola

In merito alle interessantissime istanze scaturite in questo dibattito vorrei semplicemente precisare in via provvisoria alcune intuizioni. La prima riguarda il fatto che il dissenso, così come si manifesta al presente e ancor più si è manifestato nel passato, non è che il sintomo di una fedeltà delusa, e in questo si fa carico più o meno consapevolmente di quello che Prini definiva lo scisma sommerso, cioè questo terribile e in qualche modo in frenabile esodo e quotidiana dispersione di fedeli che diventano preda in queste società occidentali consumistiche di nuove sette religiose o di altre forme di disaffezione secolarizzata. In questa chiave interpretativa il dissenso è qualche cosa che va oltre il dissenso. Cioè noi non possiamo accontentarci di un'ermeneutica confessionale del dissenso, io credo sarebbe il caso che in questa riflessione che il libro di Thellung ha iniziato a introdurre provvidenzialmente nella Chiesa italiana, si ampliassero le chiavi interpretative di una fenomenologia di elementi solo apparentemente contraddittori, di fronte a una domanda religiosa caotica, laicizzata, confusa, incolta, immatura ma reale, domanda che si esprime in forma di desiderio, di messaggi terapeutici, di salvezza hic et nunc, di misericordia, di amicizia, e d'altra parte di carenze di risposte da parte del sistema religioso esistente, che continua a perdere le generazioni giovani, i figli di coloro che avevano operato negli anni passati una militanza cattolica impegnata, io credo che la riflessione sul dissenso offre oggi una straordinaria occasione per riflettere sulla portata di un'ambasciata emergente, che interpella la Chiesa perché si fa carico delle aspettative di una religiosità immanente che sarebbe che sarebbe pericoloso ignorare o emarginare sotto la definizione sanzionatoria di fenomeni settari. Credo che sia una necessità del presente interpretare il dissenso non in termini confessionali, ma come espressione di un fenomeno religioso diffuso che sconvolge vecchie teorie e vecchi steccati, e che comporta, sull'onda di uno scisma reale, un'aspettativa non solo a che la Chiesa si rinnovi, ma che si rinnovi il messaggio religioso.

Replica di Alberto Bruno Simoni

Il concetto di dissenso affettuoso lo ricollego in qualche modo alla frase evangelica: «a chi ti chiede la tunica dona anche il mantello», ma funziona se il gesto è fatto volontariamente e non sotto pressioni violente. Il dissenso affettuoso richiede come reciproco un'accoglienza altrettanto affettuosa, ma sovente non è così, anzi avviene il contrario. In questi casi il problema del dissenso va risolto in altri modi, e non è facile. Bisogna tener conto anche di questo. C'è tutto il grande problema dell'educazione al dissenso, che dovrebbe essere una delle preoccupazioni prioritarie del Magistero. Non è che io voglia dissentire dal dissenso affettuoso, per carità, però bisogna anche tenere gli occhi aperti e essere realisti: astuti come serpenti e semplici come colombe.

Per quanto riguarda i quesiti da Gianni Gennari, suggerirei a lui o magari ad Antonio, visto che gli è stato già chiesto a quando il prossimo libro, di approfondire e scrivere un testo sui rischi del consenso: ce ne sarebbero da sottolineare.

Conclusioni e saluti del coordinatore Gigi De Paoli

Allora, in attesa di questo nuovo libro ringraziamo tutti i presenti per la loro attenta e attiva partecipazione, ringraziamo i relatori e l'autore del libro che ci ha permesso di essere qui per questa condivisione affettuosa. Buonasera a tutti.

 


 

 
 

 

 


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